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| Tripoli, Piazza Verde: la tenda dove la popolazione porta le foto dei danni causati dai bombardamenti della NATO e dalle aggressioni dei ribelli. Tali foto sono così visibili a tutti i visitatori, compresi pochi e coraggiosi corrispondenti occidentali, visto che la maggior parte di loro se la spassa in albergo, soprattutto a Bengasi, a raccontar frottole. Foto presa da Leonor en Libia. |
Qualche lettore m'ha giustamente rimproverato d'essere stato troppo assente proprio durante uno dei mesi più cruciali della "guerra di Libia" e non posso certamente dargli torto. A mia parziale discolpa posso solo dire che questa guerra m'ha dato non poco da fare, costringendomi per il mio pur tuttavia modesto lavoro giornalistico ad andare a caccia di fonti fidate e non contaminate dall'acqua avvelenata dei pozzi della stampa "conformista" asservita alle cancellerie nostrane. Se non mi sono fatto vedere e sentire è perchè, dunque, avevo non pochi ostacoli da aggirare. Orbene, provvediamo ora a rimediare a sì lunga lacuna facendo un po' di excursus sui fatti degli ultimi quaranta giorni (numero non a caso biblico, viste le bibliche proporzioni della tragedia che si sta consumando su una terra che oggi assaggia il coltello dei collaborazionisti di Bengasi e l'effetto sterminante dell'uranio impoverito contenuto nei missili Tomahawk made in US, esattamente come qualche decennio fa assaggiò l'occupazione italiana coadiuvata dal collaborazionismo del Gran Senusso e dall'iprite di Mussolini).
Finendola qui con i convenevoli e cominciando subito a dirci le cose così come stanno, senza troppo badare all'eleganza e al rispetto dei palati sensibili, dirò subito ai miei lettori che quanto ci viene propinato dai mass media nazionali ed esteri è fuffa, bassa e maldestra propaganda funzionale a giustificare le avventate scelte imperial - coloniali dei loro governi. Non si salva nessuno: dal TG1 di Minzolini, "bollettino di regime", al TG di La7, "l'unico telegiornale professionale e d'impostazione anglosassone di tutto il paese" (sia chiaro che non lo dico io, ma che lo affermano loro e in tanti concordano), il livello è sempre quello. La realtà è sostituita dalla fantasia, ovvero dalla menzogna, e l'obiettivo dei servizi quotidianamente trasmessi sulla crisi libica è soltanto quello di far credere ai teleascoltatori che gli asini volino e le anguille camminino. Ovviamente la situazione non cambia se andiamo all'estero, e qui cade il vecchio mito secondo cui i media americani e del resto d'Europa siano superiori per professionalità e qualità dell'informazione rispetto alla polpetta avvelenata di fabbricazione berlusconiana. Abbiamo già notato in più di un'occasione come le televisioni panarabe (e ormai mondiali) Al Jazeera e Al Arabiya si muovano più da agitatrici politiche che da informatrici e il proseguire della guerra libica ce n'ha data un'ulteriore conferma. Ma anche i media statunitensi (CNN, Fox), inglesi (BBC), francesi, spagnoli e via dicendo, i quali del resto si muovono sulla scia delle due emittenti arabe, sono per la stessa ragione niente più e niente meno che dei banali organi di propaganda. Mai fidarsi troppo (anzi, meglio non fidarsi affatto) dei principali media di un paese belligerante!
L'avevo scritto due mesi fa e torno a ripeterlo oggi con ancor maggiore convinzione: quella libica è una falsa rivoluzione, una rivoluzione (con conseguente guerra civile) mediatica, da Cinecittà. I governi francese, inglese e americano (insieme a qualche altro alleato di comodo come Olanda, Qatar ed Emirati Arabi Uniti) avevano bisogno di fare fuori Gheddafi per una serie di ragioni tutte più o meno ben note: la crescente ed addirittura sempre più insostenibile concorrenza libica al neocolonialismo occidentale nel Sahel e in tutto il continente africano, fondata su nuovi organismi come il Fondo Monetario Africano al quale Tripoli lavorava dall'estate del 2010; i dissapori sulla gestione della torta petrolifera libica, che vedeva il piatto vuoto per i governi delle forze atlantiche oggi impegnate nella guerra a fronte di fette sempre più abbondanti per i soliti noti di Pechino, Brasilia e New Delhi; il nascente business dell'acqua dolce nel sud della Libia, con il "Grande Fiume Artificiale" che ingolosisce le principali multinazionali del settore, guardacaso francesi e britanniche; l'inarrestabile e massiccia penetrazione cinese (ma anche indiana e, in potenza, sudamericana) nell'Africa subsahariana grazie proprio alla Libia che ne rappresentava, insieme a paesi come il Sudan, la principale postazione di partenza. Non ci sono dubbi che questa guerra sia, de facto, una delle tante puntate di un più vasto scontro geopolitico di portata mondiale fra una nuova superpotenza in divenire, la Cina, e il vecchio impero nordamericano che pur di rallentare ed ostacolare l'ascesa della nuova rivale tenta di fomentare disordini e d'avvelenare i pozzi in tutto il mondo. Con l'aiuto, va da sè, della vecchia Europa che all'impero nordamericano è avvinta da decenni di politica quasi simbiotica sotto la bandiera sempre più scolorita e sfilacciata del Patto Atlantico e che viene mandata avanti a fare la maggior parte del lavoro sporco (anche i bambini delle elementari hanno capito che Sarkozy e Cameron, bontà loro, stanno lavorando per il re di Prussia: cioè stanno facendo il lavoro sporco per Obama e, magari, anche per Cina e Russia che aspettano sornione il loro turno, ben consapevoli di poter fregare Obama all'ultimo minuto, dopo che per tutto il tempo questi s'è divertito a fare il gay col culo degli altri). Qui c'è poco da fare: bisogna che l'Europa, quest'Unione Europea fino ad oggi rimasta tutta assorta solo nel chiedersi come salvare l'Euro, si svegli e s'interroghi sui suoi reali interessi geopolitici: se agli Stati Uniti, pur di ostacolare la Cina, va bene anche dar fuoco al Mediterraneo, non è detto che ciò sia automaticamente e per forza anche nell'interesse degli europei, che sul Mediterraneo ci vivono.
Ad ogni modo, chiuso questo excursus, mi pare giusto e pertinente riportare come stanno realmente le cose fra Tripoli e Bengasi. Che a Tripoli avvengano dei bombardamenti lo sanno tutti, peccato solo che questi non piovano sulle strutture militari e direttive di Gheddafi (come invece la nostra pseudostampa propagandista s'ostina a sostenere) ma sulle abitazioni dei civili, sulle scuole e addirittura sulle moschee. Tutti a negare, fin dal primo giorno, che ci fossero stati dei morti fra i civili: poi salta fuori Monsignor Giovanni Martinelli, nato in Libia e vescovo di Tripoli dal 1985, a far notare come già il primo giorno di bombardamenti (112 missili Tomahawk sulle coste libiche) avesse causato la morte di 40 persone soltanto nella capitale. Siccome ad un uomo di Chiesa non si può dir di no, perchè altrimenti si fa dispetto al Papa, ecco allora che la notizia è filtrata flebilmente presso alcuni (ma solo alcuni, intendiamoci, e ovviamente con l'intento di non destare troppi clamori) dei nostri media. Era il 19 marzo e da allora di morti ce ne sono stati parecchi; non parliamo poi dei feriti. A Tripoli la vita sociale è stata azzerata dal terrore (e quindi la strategia del terrore, ovvero il terrorismo) dei bombardamenti; eppure, malgrado le bombe del cowboy yankee premio Nobel per la Pace e guerrafondaio e dei suoi amichetti europei, nella Piazza Verde c'è una grande tenda dove i libici portano le foto dei disastri causati dalla guerra e i rappresentanti delle principali tribù del paese (duemila capitribù, a nome del 90% della popolazione libica, hanno attestato la loro fedeltà alla Jamahiriyya) vi stazionano aspettando e sfidando le incursioni aeree della NATO. Spesso si organizzano marce e manifestazioni che coinvolgono tutto il paese e nelle quali, oltre alle bandiere verdi e ai ritratti del Qaid Muhammar Gheddafi, vengono agitate anche le immagini di suo figlio Saif al Arab, della moglie e dei figli, eletti a martiri simbolo di questa guerra folle ed insensata (forse il filosofo della guerra umanitaria in salsa francese, il viscido ed insulso Bernard Henry Levy, ci potrebbe spiegare quali colpe avessero tre bambini, uno di 3 anni, l'altro di 2 e l'ultimo di 4 mesi, per meritarsi una bomba tra capo e collo).
I ribelli sono ormai alla frutta, perchè privi di qualsivoglia appoggio popolare. Tutti sanno chi si nasconde dietro di loro e in un paese che ha conosciuto l'onta del colonialismo i fantocci manovrati dall'estero non sono mai stati simpatici a nessuno. Non riuscendo ad avanzare di un solo metro verso Tripoli, invocano dalla NATO sempre più bombe sulla popolazione della Tripolitania e del Fezzan, dimostrando quindi quanto amino il loro paese e i suoi abitanti. Non solo: in tutta la Cirenaica cova la rivolta contro di loro. Dallo scorso 20 maggio Bengasi ha cominciato a sollevarsi contro il mal sopportato dominio armato del Consiglio Nazionale Transitorio (il "Venerdì della Collera", quello vero), il quale per tutta risposta ha schierato contro gli insorti l'artiglieria pesante. L'ospedale Al Jala, di Bengasi, è stato addirittura chiuso per impedire ai giornalisti stranieri (la maggior parte si trova tutta lì, nella bambagia di stanze d'albergo che li isolano dalla realtà esterna) di vedere gli oltre ottanta cadaveri che lo riempivano. Gli scontri hanno coinvolto soprattutto la zona dinanzi alla recentemente costituita Banca Centrale Nazionale dei ribelli, di cui gli insorti miravano a prendere il controllo per privare del denaro la cricca di Al Jalil. Siamo al nono giorno di scontri e le truppe libiche ormai si trovano a pochi chilometri da Bengasi, mentre al suo interno sono molti i quartieri dove sventolano le bandiere verdi della Jamahiriyya.
Anche nel resto della Cirenaica le cose per i ribelli non vanno molto meglio. La città di Tobruk, al confine con l'Egitto, s'è liberata dai ribelli pagando un prezzo molto salato in termini di vite umane e adesso s'amministra da sola, in attesa dell'arrivo delle truppe di Gheddafi, sventolando le bandiere verdi. Sempre da sola la città di Darnah, dopo essersi liberata dai tentacoli del Consiglio Nazionale Transitorio, ha dovuto affrontare un tentativo di riconquista ingaggiato dal Libyan Islamic Figthing Group, organizzazione fondamentalista in passato in intelligenza con Al Qaeda (insomma, un ramo paramilitare del Pentagono) e a capitale saudita, che costituisce uno dei più solidi bracci armati dei cosiddetti "ribelli": tanto per capire il coefficiente di laicità e democrazia di lor signori, tanto osannati in Occidente. La tribù Zintani, sparsa un po' fra Libia ed Egitto, ha attestato la propria fedeltà a Gheddafi provvedendo subito ad amministrare la frontiera fra i due paesi e bloccando a sassate ogni via di fuga ai ribelli che, dinanzi alla catastrofe militare, se la danno a gambe un po' da tutte le parti.
Anche i ribelli presenti in Tripolitania sono scappati quasi tutti in Tunisia, creando non pochi problemi all'esercito tunisino che s'è dichiarato incapace di fermarli (o forse gli era stato semplicemente vietato). Dopodichè tutto il settore occidentale del paese è ritornato sotto il controllo delle forze militari della Jamahiriyya, e ieri notte è giunta la notizia che anche Misurata è stata completamente ripulita dai ribelli. Così sapete già perchè non sentirete più parlare di Misurata alla televisione, almeno per il momento: non che si tratti di una gran perdita, visto che quando ne parlavano era per scambiare volutamente fischi per fiaschi. Tanto per citare un esempio, il bombardamento NATO di due vecchie imbarcazioni civili ferme a causa del blocco navale e di un cargo carico di viveri e medicinali destinato alla popolazione, avvenuto pochi giorni fa, è stato trasformato dai nostri media nell'affondamento di otto navi della marina militare libica. Sono dopotutto gli stessi media che hanno perso interi pomeriggi a raccontarci il culo di Pippa Middleton, quindi quando parliamo di loro non ci resta da far altro che allargare le braccia.
Descritta la situazione sul campo, passiamo a valutare quella internazionale. Se la Russia a guida medvedeviana riconferma sulla Libia le stesse attitudini già manifestate tempo addietro sull'Iran (tendenza a mollare la presa dopo una fase d'irrigidimento, anche per evitare di tracciare un solco troppo profondo con un'Europa che mira lentamente a strappare dall'orbita americana), la Cina va invece dritta per la sua strada e non passa giorno che non amplifichi il proprio no. L'atteggiamento dell'Unione Africana (due giorni fa il presidente sudafricano Jacob Zuma, al vertice dell'UA di Addis Abeba, ha avvertito la NATO che se non cesseranno i bombardamenti sulla Libia, allora l'UA appoggerà Tripoli in tutti i modi, aiuti militari inclusi), dietro alla quale si nasconde Pechino, lo dimostra chiaramente. Alcuni paesi africani come l'Algeria, il Ciad e il Niger già offrono il loro aiuto diretto alla Libia, ma in generale tutto il continente africano è schierato con Gheddafi. I ribelli, piaccia o meno all'Occidente che ha voluto tentare questa sua ennesima prova di forza contro il resto del mondo, sono riconosciuti come legittimo ed unico governo della Libia solo da sei Stati su un totale di 198: roba da farsi guardare dall'alto in basso persino dalla Transnistria. Non a caso il presidente del Consiglio Nazionale Transitorio, Al Jalil, ha pensato bene di comprarsi in Florida una villa da sogno, pagandola 3,2 milioni di dollari sull'unghia (l'ipotesi di un esilio dorato non è poi così peregrina); e nel frattempo, visto che a Bengasi tira una brutta aria e che la sua tribù l'ha rinnegato rinfacciandogli di essere un vigliacco svendipatria, ha mandato la propria famiglia in Spagna.
Varrebbe la pena chiedersi per quanto tempo ancora l'Occidente continuerà con questa sua avventura destinata ad avere esiti vieppiù catastrofici a mano a mano che sarà portata avanti. A livello bellico i ribelli non valgono più niente, a meno che siano mai realmente stati capaci di attuare una vera guerriglia. I governi di Francia, Inghilterra, Qatar ed Emirati Arabi Uniti mandano ogni giorno nuovi mercenari e consiglieri militari (compresi quelli, famigerati per chi ha seguito le vicende irachene, della Black Water) col compito di comportarsi da squadroni della morte, esattamente come fecero in Sud America e in Iraq per frenare, allora come oggi, l'insurrezione delle tribù cirenaiche contro il Consiglio Nazionale Transitorio. Le immagini dei lavoratori africani (in Libia ve ne erano, allo scoppio della "rivoluzione", due milioni e mezzo) e dei libici sgraditi perchè fedeli al legittimo governo di Tripoli che vengono costretti a ingurgitare carne di cane putrefatta (la più grave offesa per un musulmano) per poi essere sgozzati, dati alle fiamme o impiccati in piazza, o quelle delle ragazze violentate, mutilate dei loro seni e quindi fatte a pezzi, ci dicono chiaramente chi siano davvero questi ribelli che i nostri media e politici si sbracciano tanto a presentare come "rivoluzionari democratici". E non parliamo poi dei 70mila bengasini costretti a lasciare la loro città per scampare a morte certa all'inizio della "rivoluzione", o di quelli prelevati nelle loro case all'indomani del 20 maggio e di cui non si è saputo più nulla. Su tutte queste vicende un bravo e noto documentarista,
Fulvio Grimaldi, sta realizzando un documentario, girato a più riprese in Libia sotto le bombe della NATO, che farà un po' di giustizia dicendoci chi siano veramente i barbari e gli assassini di questa guerra di Libia.