martedì 31 maggio 2011

Fallita la guerra tecnologica, la NATO tenta ora quella psicologica

Raramente s'è vista una guerra vinta da leader incapaci ed arroganti. Sarkozy, Obama e Cameron non fanno certamente eccezione. Fallito il loro obiettivo di guerra lampo i tre inetti si ritrovano, com'era prevedibile, con le spalle al muro.

Personalmente non so davvero fino a che punto sia credibile l'ipotesi di un intervento di terra in Libia da parte delle forze NATO. Quest'ultima, com'è noto, si trova a corto di mezzi e, sebbene ultimamente nel Mediterraneo stiano entrando troppe navi militari, ciò non significa automaticamente che ci si trovi alla vigilia di uno sbarco sulle coste libiche da parte di un'armata anglo - franco - americana. 

Francia e Inghilterra tagliano sul settore militare da anni: la prima risulterebbe essere praticamente impossibilitata nel fornire un numero significativo di uomini con cui partecipare ad un'azione di terra, mentre la seconda ne avrebbe da parte ancora un modesto quantitativo, nonostante il già gravoso impegno in Afghanistan ed Iraq. In una situazione non molto dissimile si trovano anche gli Stati Uniti, imprescindibili per qualsivoglia intervento militare di matrice atlantista in virtù delle loro elevate masse critiche. Da soli gli USA possono certamente fornire un buon numero di soldati, più dei loro due alleati europei messi insieme, ma anche in questo caso raschiando il barile e sovraccaricando la macchina bellica nazionale e l'apparato finanziario che la alimenta. In questo momento la priorità degli statunitensi è quella di svincolarsi in una maniera o nell'altra dal disastro da loro stessi provocato in Afghanistan e in Iraq. Il grosso delle truppe è impegnato in quei due paesi, con la progressiva evacuazione degli uomini messa a repentaglio dai sommovimenti in Pakistan e Bahrain (dove si trovano le basi e gli scali indispensabili per muoversi da e verso l'Afghanistan e l'Iraq). Non è il caso di mettere troppa carne al fuoco; e così gli Stati Uniti preferiscono disimpegnarsi dall'avventura libica, seppure con movimenti ondivaghi e di una lentezza impressionante. Si tratta infatti di salvare anche l'alleanza atlantica, o per lo meno quel che ne resta, offrendo una copertura pure agli alleati europei. 

Il coinvolgimento della Russia, registrato in questi ultimissimi giorni, dimostra la volontà di cercare una soluzione tardivamente diplomatica ad un conflitto nel quale la mediazione avrebbe dovuto svolgere un ruolo di primo piano fin dal principio, com'era stato saggiamente auspicato dalle cancellerie di molti paesi (Brasile e alleati sudamericani in testa). Dimostra anche l'impotenza di un gruppo, capeggiato e condizionato soprattutto dalla Francia di Sarkozy, che ha creduto di poter passare sopra a tali legittime e sensate richieste, mettendo il mondo di fronte al fatto compiuto di una guerra con rapido tracollo del nemico. Obiettivo raggiunto solo a metà perchè, come ben sappiamo, la guerra è stata tutt'altro che fulminea e oggi è in fase di stallo, mentre il nemico è vittoriosamente alla controffensiva. Una controffensiva non solo militare ma anche politica e diplomatica, come testimonia il rapido spostamento del Sudafrica e di tutta l'Unione Africana a favore della Libia, e l'accrescersi dei dissapori con la Cina. Fallita la loro fuga in avanti, i francesi coi loro alleati inglesi ed americani trascinati un po' per i capelli si ritrovano all'angolo, sempre più sull'orlo di una crisi di nervi. Dalla loro hanno solo un processo avviato dalla Corte Penale Internazionale che è carta straccia, come la storia del Sudan c'insegna (a tacere poi del fatto che la CPI è roba loro e quindi lascia il tempo che trova), e una fragile sponda diplomatica aperta da una Russia ancora intenta a fare il doppio gioco per salvare capra e cavoli, ovvero i buoni rapporti con l'Europa, gli Stati Uniti e la Cina allo stesso tempo (un'operazione che riflette più la ricerca di un equilibrio interno fra Medvedev e Putin, che una reale presa di posizione in politica estera). 

A questo punto, per i capitani coraggiosi Sarkozy, Cameron e Obama (più il mozzo paraculo Berlusconi) ci sarebbe solo una remota speranza, l'ennesimo colpo di scena e fuga in avanti con cui mettere nuovamente la comunità internazionale di fronte al fatto compiuto dopo lo scoppio della rivolta da loro orchestrata in Cirenaica, le risoluzione 1970 e 1973 del Consiglio di Sicurezza ONU, il riconoscimento del regime di Bengasi e le bombe su tutta la Tripolitania ed il Fezzan: l'uccisione di Gheddafi. E' un'ipotesi, come sappiamo, molto remota e che riflette l'ingenuità e la mancanza di conoscenza della realtà libica da parte dell'intelligence e delle élites governative (chiamiamole pure oligarchie) occidentali. Gheddafi potrebbe sì morire sotto le bombe, ma ciò non priverebbe il suo regime del sostegno popolare (che anzi potrebbe accrescere ulteriormente, anche all'estero, diventando a quel punto Gheddafi un martire a tutti gli effetti) e men che meno condurlo allo sfaldamento, proprio per come si struttura la forma di Stato della Jamahiriyya. Per la stessa identica ragione, è impossibile che qualcuno della sua cerchia lo faccia fuori per evitare alla Libia bombardamenti e sanzioni a tempo indeterminato da parte della NATO. 

Penso infatti che l'Occidente e soprattutto gli Stati Uniti, esattamente come avvenne dopo i bombardamenti su Tripoli e Bengasi del 15 aprile 1986, stia attuando una guerra psicologica nei confronti del Colonnello Gheddafi e dei suoi uomini. Tale guerra, che va di pari passo a quella tecnologica a base di bombe dal cielo e mercenari e consiglieri militari a rinforzo dei golpisti di Bengasi, ha lo scopo di mettere alle corde Gheddafi, il Consiglio del Comando della Rivoluzione e tutto il gruppo di potere che lo circonda. Si vuol far credere al governo di Tripoli che a breve vi sarà un'invasione di terra da parte della NATO lanciando così agli uomini di Gheddafi l'implicito messaggio che l'unico modo per evitarla risieda nell'eliminare il Qaid e porre così fine alla Jamahiriyya. Questo estremo e disperato tentativo dell'Occidente, che dubito possa conoscere un buon esito, riflette il senso d'impotenza che francesi, inglesi e americani avvertono di fronte a un avversario che si sta dimostrando molto più compatto e combattivo di quanto mai avrebbero immaginato. E' lo stesso errore che portò francesi ed americani alla sconfitta in Indocina, contro il Vietnam del Nord. Il loro terrore, allora, si chiamava Ho Chi Minh insieme al generale Giap. Oggi invece il loro terrore si chiama Muhammar Gheddafi.

domenica 29 maggio 2011

Ecco cosa succede veramente in Libia (e scusatemi se sono prolisso)

Tripoli, Piazza Verde: la tenda dove la popolazione porta le foto dei danni causati dai bombardamenti della NATO e dalle aggressioni dei ribelli. Tali foto sono così visibili a tutti i visitatori, compresi pochi e coraggiosi corrispondenti occidentali, visto che la maggior parte di loro se la spassa in albergo, soprattutto a Bengasi, a raccontar frottole. Foto presa da Leonor en Libia.

Qualche lettore m'ha giustamente rimproverato d'essere stato troppo assente proprio durante uno dei mesi più cruciali della "guerra di Libia" e non posso certamente dargli torto. A mia parziale discolpa posso solo dire che questa guerra m'ha dato non poco da fare, costringendomi per il mio pur tuttavia modesto lavoro giornalistico ad andare a caccia di fonti fidate e non contaminate dall'acqua avvelenata dei pozzi della stampa "conformista" asservita alle cancellerie nostrane. Se non mi sono fatto vedere e sentire è perchè, dunque, avevo non pochi ostacoli da aggirare. Orbene, provvediamo ora a rimediare a sì lunga lacuna facendo un po' di excursus sui fatti degli ultimi quaranta giorni (numero non a caso biblico, viste le bibliche proporzioni della tragedia che si sta consumando su una terra che oggi assaggia il coltello dei collaborazionisti di Bengasi e l'effetto sterminante dell'uranio impoverito contenuto nei missili Tomahawk made in US, esattamente come qualche decennio fa assaggiò l'occupazione italiana coadiuvata dal collaborazionismo del Gran Senusso e dall'iprite di Mussolini). 

Finendola qui con i convenevoli e cominciando subito a dirci le cose così come stanno, senza troppo badare all'eleganza e al rispetto dei palati sensibili, dirò subito ai miei lettori che quanto ci viene propinato dai mass media nazionali ed esteri è fuffa, bassa e maldestra propaganda funzionale a giustificare le avventate scelte imperial - coloniali dei loro governi. Non si salva nessuno: dal TG1 di Minzolini, "bollettino di regime", al TG di La7, "l'unico telegiornale professionale e d'impostazione anglosassone di tutto il paese" (sia chiaro che non lo dico io, ma che lo affermano loro e in tanti concordano), il livello è sempre quello. La realtà è sostituita dalla fantasia, ovvero dalla menzogna, e l'obiettivo dei servizi quotidianamente trasmessi sulla crisi libica è soltanto quello di far credere ai teleascoltatori che gli asini volino e le anguille camminino. Ovviamente la situazione non cambia se andiamo all'estero, e qui cade il vecchio mito secondo cui i media americani e del resto d'Europa siano superiori per professionalità e qualità dell'informazione rispetto alla polpetta avvelenata di fabbricazione berlusconiana. Abbiamo già notato in più di un'occasione come le televisioni panarabe (e ormai mondiali) Al Jazeera e Al Arabiya si muovano più da agitatrici politiche che da informatrici e il proseguire della guerra libica ce n'ha data un'ulteriore conferma. Ma anche i media statunitensi (CNN, Fox), inglesi (BBC), francesi, spagnoli e via dicendo, i quali del resto si muovono sulla scia delle due emittenti arabe, sono per la stessa ragione niente più e niente meno che dei banali organi di propaganda. Mai fidarsi troppo (anzi, meglio non fidarsi affatto) dei principali media di un paese belligerante!

L'avevo scritto due mesi fa e torno a ripeterlo oggi con ancor maggiore convinzione: quella libica è una falsa rivoluzione, una rivoluzione (con conseguente guerra civile) mediatica, da Cinecittà. I governi francese, inglese e americano (insieme a qualche altro alleato di comodo come Olanda, Qatar ed Emirati Arabi Uniti) avevano bisogno di fare fuori Gheddafi per una serie di ragioni tutte più o meno ben note: la crescente ed addirittura sempre più insostenibile concorrenza libica al neocolonialismo occidentale nel Sahel e in tutto il continente africano, fondata su nuovi organismi come il Fondo Monetario Africano al quale Tripoli lavorava dall'estate del 2010; i dissapori sulla gestione della torta petrolifera libica, che vedeva il piatto vuoto per i governi delle forze atlantiche oggi impegnate nella guerra a fronte di fette sempre più abbondanti per i soliti noti di Pechino, Brasilia e New Delhi; il nascente business dell'acqua dolce nel sud della Libia, con il "Grande Fiume Artificiale" che ingolosisce le principali multinazionali del settore, guardacaso francesi e britanniche; l'inarrestabile e massiccia penetrazione cinese (ma anche indiana e, in potenza, sudamericana) nell'Africa subsahariana grazie proprio alla Libia che ne rappresentava, insieme a paesi come il Sudan, la principale postazione di partenza. Non ci sono dubbi che questa guerra sia, de facto, una delle tante puntate di un più vasto scontro geopolitico di portata mondiale fra una nuova superpotenza in divenire, la Cina, e il vecchio impero nordamericano che pur di rallentare ed ostacolare l'ascesa della nuova rivale tenta di fomentare disordini e d'avvelenare i pozzi in tutto il mondo. Con l'aiuto, va da sè, della vecchia Europa che all'impero nordamericano è avvinta da decenni di politica quasi simbiotica sotto la bandiera sempre più scolorita e sfilacciata del Patto Atlantico e che viene mandata avanti a fare la maggior parte del lavoro sporco (anche i bambini delle elementari hanno capito che Sarkozy e Cameron, bontà loro, stanno lavorando per il re di Prussia: cioè stanno facendo il lavoro sporco per Obama e, magari, anche per Cina e Russia che aspettano sornione il loro turno, ben consapevoli di poter fregare Obama all'ultimo minuto, dopo che per tutto il tempo questi s'è divertito a fare il gay col culo degli altri). Qui c'è poco da fare: bisogna che l'Europa, quest'Unione Europea fino ad oggi rimasta tutta assorta solo nel chiedersi come salvare l'Euro, si svegli e s'interroghi sui suoi reali interessi geopolitici: se agli Stati Uniti, pur di ostacolare la Cina, va bene anche dar fuoco al Mediterraneo, non è detto che ciò sia automaticamente e per forza anche nell'interesse degli europei, che sul Mediterraneo ci vivono.

Ad ogni modo, chiuso questo excursus, mi pare giusto e pertinente riportare come stanno realmente le cose fra Tripoli e Bengasi. Che a Tripoli avvengano dei bombardamenti lo sanno tutti, peccato solo che questi non piovano sulle strutture militari e direttive di Gheddafi (come invece la nostra pseudostampa propagandista s'ostina a sostenere) ma sulle abitazioni dei civili, sulle scuole e addirittura sulle moschee. Tutti a negare, fin dal primo giorno, che ci fossero stati dei morti fra i civili: poi salta fuori Monsignor Giovanni Martinelli, nato in Libia e vescovo di Tripoli dal 1985, a far notare come già il primo giorno di bombardamenti (112 missili Tomahawk sulle coste libiche) avesse causato la morte di 40 persone soltanto nella capitale. Siccome ad un uomo di Chiesa non si può dir di no, perchè altrimenti si fa dispetto al Papa, ecco allora che la notizia è filtrata flebilmente presso alcuni (ma solo alcuni, intendiamoci, e ovviamente con l'intento di non destare troppi clamori) dei nostri media. Era il 19 marzo e da allora di morti ce ne sono stati parecchi; non parliamo poi dei feriti. A Tripoli la vita sociale è stata azzerata dal terrore (e quindi la strategia del terrore, ovvero il terrorismo) dei bombardamenti; eppure, malgrado le bombe del cowboy yankee premio Nobel per la Pace e guerrafondaio e dei suoi amichetti europei, nella Piazza Verde c'è una grande tenda dove i libici portano le foto dei disastri causati dalla guerra e i rappresentanti delle principali tribù del paese (duemila capitribù, a nome del 90% della popolazione libica, hanno attestato la loro fedeltà alla Jamahiriyya) vi stazionano aspettando e sfidando le incursioni aeree della NATO. Spesso si organizzano marce e manifestazioni che coinvolgono tutto il paese e nelle quali, oltre alle bandiere verdi e ai ritratti del Qaid Muhammar Gheddafi, vengono agitate anche le immagini di suo figlio Saif al Arab, della moglie e dei figli, eletti a martiri simbolo di questa guerra folle ed insensata (forse il filosofo della guerra umanitaria in salsa francese, il viscido ed insulso Bernard Henry Levy, ci potrebbe spiegare quali colpe avessero tre bambini, uno di 3 anni, l'altro di 2 e l'ultimo di 4 mesi, per meritarsi una bomba tra capo e collo). 

I ribelli sono ormai alla frutta, perchè privi di qualsivoglia appoggio popolare. Tutti sanno chi si nasconde dietro di loro e in un paese che ha conosciuto l'onta del colonialismo i fantocci manovrati dall'estero non sono mai stati simpatici a nessuno. Non riuscendo ad avanzare di un solo metro verso Tripoli, invocano dalla NATO sempre più bombe sulla popolazione della Tripolitania e del Fezzan, dimostrando quindi quanto amino il loro paese e i suoi abitanti. Non solo: in tutta la Cirenaica cova la rivolta contro di loro. Dallo scorso 20 maggio Bengasi ha cominciato a sollevarsi contro il mal sopportato dominio armato del Consiglio Nazionale Transitorio (il "Venerdì della Collera", quello vero), il quale per tutta risposta ha schierato contro gli insorti l'artiglieria pesante. L'ospedale Al Jala, di Bengasi, è stato addirittura chiuso per impedire ai giornalisti stranieri (la maggior parte si trova tutta lì, nella bambagia di stanze d'albergo che li isolano dalla realtà esterna) di vedere gli oltre ottanta cadaveri che lo riempivano. Gli scontri hanno coinvolto soprattutto la zona dinanzi alla recentemente costituita Banca Centrale Nazionale dei ribelli, di cui gli insorti miravano a prendere il controllo per privare del denaro la cricca di Al Jalil. Siamo al nono giorno di scontri e le truppe libiche ormai si trovano a pochi chilometri da Bengasi, mentre al suo interno sono molti i quartieri dove sventolano le bandiere verdi della Jamahiriyya.

Anche nel resto della Cirenaica le cose per i ribelli non vanno molto meglio. La città di Tobruk, al confine con l'Egitto, s'è liberata dai ribelli pagando un prezzo molto salato in termini di vite umane e adesso s'amministra da sola, in attesa dell'arrivo delle truppe di Gheddafi, sventolando le bandiere verdi. Sempre da sola la città di Darnah, dopo essersi liberata dai tentacoli del Consiglio Nazionale Transitorio, ha dovuto affrontare un tentativo di riconquista ingaggiato dal Libyan Islamic Figthing Group, organizzazione fondamentalista in passato in intelligenza con Al Qaeda (insomma, un ramo paramilitare del Pentagono) e a capitale saudita, che costituisce uno dei più solidi bracci armati dei cosiddetti "ribelli": tanto per capire il coefficiente di laicità e democrazia di lor signori, tanto osannati in Occidente. La tribù Zintani, sparsa un po' fra Libia ed Egitto, ha attestato la propria fedeltà a Gheddafi provvedendo subito ad amministrare la frontiera fra i due paesi e bloccando a sassate ogni via di fuga ai ribelli che, dinanzi alla catastrofe militare, se la danno a gambe un po' da tutte le parti. 

Anche i ribelli presenti in Tripolitania sono scappati quasi tutti in Tunisia, creando non pochi problemi all'esercito tunisino che s'è dichiarato incapace di fermarli (o forse gli era stato semplicemente vietato). Dopodichè tutto il settore occidentale del paese è ritornato sotto il controllo delle forze militari della Jamahiriyya, e ieri notte è giunta la notizia che anche Misurata è stata completamente ripulita dai ribelli. Così sapete già perchè non sentirete più parlare di Misurata alla televisione, almeno per il momento: non che si tratti di una gran perdita, visto che quando ne parlavano era per scambiare volutamente fischi per fiaschi. Tanto per citare un esempio, il bombardamento NATO di due vecchie imbarcazioni civili ferme a causa del blocco navale e di un cargo carico di viveri e medicinali destinato alla popolazione, avvenuto pochi giorni fa, è stato trasformato dai nostri media nell'affondamento di otto navi della marina militare libica. Sono dopotutto gli stessi media che hanno perso interi pomeriggi a raccontarci il culo di Pippa Middleton, quindi quando parliamo di loro non ci resta da far altro che allargare le braccia.

Descritta la situazione sul campo, passiamo a valutare quella internazionale. Se la Russia a guida medvedeviana riconferma sulla Libia le stesse attitudini già manifestate tempo addietro sull'Iran (tendenza a mollare la presa dopo una fase d'irrigidimento, anche per evitare di tracciare un solco troppo profondo con un'Europa che mira lentamente a strappare dall'orbita americana), la Cina va invece dritta per la sua strada e non passa giorno che non amplifichi il proprio no. L'atteggiamento dell'Unione Africana (due giorni fa il presidente sudafricano Jacob Zuma, al vertice dell'UA di Addis Abeba, ha avvertito la NATO che se non cesseranno i bombardamenti sulla Libia, allora l'UA appoggerà Tripoli in tutti i modi, aiuti militari inclusi), dietro alla quale si nasconde Pechino, lo dimostra chiaramente. Alcuni paesi africani come l'Algeria, il Ciad e il Niger già offrono il loro aiuto diretto alla Libia, ma in generale tutto il continente africano è schierato con Gheddafi. I ribelli, piaccia o meno all'Occidente che ha voluto tentare questa sua ennesima prova di forza contro il resto del mondo, sono riconosciuti come legittimo ed unico governo della Libia solo da sei Stati su un totale di 198: roba da farsi guardare dall'alto in basso persino dalla Transnistria. Non a caso il presidente del Consiglio Nazionale Transitorio, Al Jalil, ha pensato bene di comprarsi in Florida una villa da sogno, pagandola 3,2 milioni di dollari sull'unghia (l'ipotesi di un esilio dorato non è poi così peregrina); e nel frattempo, visto che a Bengasi tira una brutta aria e che la sua tribù l'ha rinnegato rinfacciandogli di essere un vigliacco svendipatria, ha mandato la propria famiglia in Spagna.

Varrebbe la pena chiedersi per quanto tempo ancora l'Occidente continuerà con questa sua avventura destinata ad avere esiti vieppiù catastrofici a mano a mano che sarà portata avanti. A livello bellico i ribelli non valgono più niente, a meno che siano mai realmente stati capaci di attuare una vera guerriglia. I governi di Francia, Inghilterra, Qatar ed Emirati Arabi Uniti mandano ogni giorno nuovi mercenari e consiglieri militari (compresi quelli, famigerati per chi ha seguito le vicende irachene, della Black Water) col compito di comportarsi da squadroni della morte, esattamente come fecero in Sud America e in Iraq per frenare, allora come oggi, l'insurrezione delle tribù cirenaiche contro il Consiglio Nazionale Transitorio. Le immagini dei lavoratori africani (in Libia ve ne erano, allo scoppio della "rivoluzione", due milioni e mezzo) e dei libici sgraditi perchè fedeli al legittimo governo di Tripoli che vengono costretti a ingurgitare carne di cane putrefatta (la più grave offesa per un musulmano) per poi essere sgozzati, dati alle fiamme o impiccati in piazza, o quelle delle ragazze violentate, mutilate dei loro seni e quindi fatte a pezzi, ci dicono chiaramente chi siano davvero questi ribelli che i nostri media e politici si sbracciano tanto a presentare come "rivoluzionari democratici". E non parliamo poi dei 70mila bengasini costretti a lasciare la loro città per scampare a morte certa all'inizio della "rivoluzione", o di quelli prelevati nelle loro case all'indomani del 20 maggio e di cui non si è saputo più nulla. Su tutte queste vicende un bravo e noto documentarista, Fulvio Grimaldi, sta realizzando un documentario, girato a più riprese in Libia sotto le bombe della NATO, che farà un po' di giustizia dicendoci chi siano veramente i barbari e gli assassini di questa guerra di Libia. 

venerdì 22 aprile 2011

L'Occidente incoraggerà Assad a fare ciò per cui biasimò Gheddafi

Un'immagine della rivolta a Damasco.

L'ennesimo "venerdì della collera" in Siria s'è concluso con un bilancio che, stando alle voci dell'opposizione (credibili quanto quelle del regime, dato che l'una e l'altro esagerano in senso opposto: probabilmente la verità sta nel mezzo), s'aggirerebbe intorno alle sessanta vittime. Al di là dei numeri, che probabilmente resteranno contestati a lungo (come anche l'esperienza libica insegna), ciò che ci deve interessare è lo sviluppo politico della cosiddetta "rivoluzione siriana". Solo un paio di settimane fa Assad, malgrado gli avvenimenti già tragici che si stavano verificando soprattutto nel sud del paese, sembrava tutto sommato avere ancora il controllo della situazione. Buona parte delle responsabilità circa la repressione avvenuta fino ad allora fu così scaricata su un esecutivo di per sè già molto screditato e certamente tale misura, per quanto insufficiente, è servita ad Assad per prendere tempo in vista delle battaglie successive. 

E' infatti probabile che la situazione interna del paese, per il regime del partito Baath, sia ormai prossima al punto del non ritorno o che addirittura esso sia già stato superato. Infatti quella in atto sembrerebbe essere una protesta volta a contestare l'esistenza e la legittimità del regime anzichè reclamarne una democratizzazione e maggiori aperture. Il tempo per una liberalizzazione che non mettesse in dubbio la permanenza di Assad al potere e la preminenza del Baath sullo Stato è scaduto già anni fa, allorchè l'ala dei falchi del regime si oppose, bocciandole praticamente in toto, alle riforme promosse dal giovane Bashar. Non è da escludere che, in extremis, Assad non possa regolare definitivamente i conti con i vecchi dignitari ereditati da suo padre avvicinando così il paese al modello politico della Turchia neo-ottomana di Erdogan, ovvero l'esempio che più ispira il giovane presidente siriano. Ma al momento attuale una mossa del genere richiederebbe una spericolatezza che il cauto Bashar al Assad non possiede, essendo al contrario questi un uomo di una metodicità persino superiore a quella paterna. Assad sa benissimo, infatti, che ricorrere ad una soluzione del genere potrebbe mandare tutto il regime a monte senza fargli raggiungere l'obiettivo della "liberalizzazione": non esiste scelta peggiore, per un oligarchia come quella che regge un regime monopartitico, di dividersi proprio nel momento in cui le si contrappone la piazza. E' ciò che ha mandato alla tomba tanti altri regimi nel corso del "secolo breve", a cominciare da quello sovietico, e ultimamente anche Mubarak e Ben Alì.

Dunque è probabile che Assad sceglierà di temporeggiare, secondo il principio del "piegati, giunco, che passa la piena". Passato il grosso della piena (perchè essa non potrà non passare, quanto meno in parte), a quel punto sarà possibile anche sbottonarsi un po'. Assad non può, in questo momento, privarsi di nessuno all'interno del regime (di scontenti ce ne sono già fin troppo: i falchi, in particolare, hanno mal digerito la soppressione dello stato d'emergenza e con loro non è il caso di continuare a tirare la corda, onde evitare che prima o poi si spezzi) proprio perchè l'unità dell'oligarchia monopartitica deve essere salvaguardata il più possibile. Non può, al tempo stesso, delegare alla piazza il processo di riforma del paese perchè ciò si tradurrebbe, automaticamente, nella destabilizzazione del regime, vale a dire nella diretta contrapposizione fra falchi conservatori e colombe riformatrici (che, dal concedere al popolo in piazza l'agenda delle riforme, uscirebbero con le ossa rotte).

Dopotutto, se ragioniamo con un po' di cinismo, dobbiamo riconoscere come per il regime di Assad la situazione siriana appaia decisamente più controllabile e tutto sommato ancora migliore rispetto a quella di molti altri paesi arabi. In Libia c'è la guerra civile; in Egitto, a causa di scontri assai meno eclatanti, solo nel giro di pochi giorni vi sono stati almeno trecento morti ed era ancora l'inizio della protesta contro Mubarak; in Tunisia la situazione continua ancora ad essere della massima instabilità; nello Yemen l'anarchia regna ovunque. E potremmo continuare per ore, andando anche al di là del Mondo Arabo ed abbracciando tutto il Medio Oriente, l'Asia Centrale e l'Africa Nera. Questo significa che, malgrado le apparenze, per Assad vi sono ancora "buoni" margini di manovra.

Inoltre ben difficilmente sentiremo Obama, Cameron o Sarkozy parlare della necessità di un "intervento umanitario" volto a "proteggere i ribelli" anche in Siria. Le ragioni sono tante e le abbiamo più volte elencate all'interno di questo blog. Mancano uomini, mezzi e denaro per un altro fronte; la Turchia non vuole intromissioni nelle questioni interne di un suo alleato chiave; non ci sono risorse energetiche da mettere sotto tutela, e via discorrendo. Hillary Clinton, "diplomaticamente", ha detto che si può evitare alla Siria un trattamento libico perchè, a differenza di Gheddafi, Assad è un "riformatore". E' un modo elegante per dire che i gettoni sono finiti e da un'avventura in Siria, in ogni caso, non vi sarebbe nulla da guadagnare.

Ma soprattutto è un modo per dire ad Assad che, se necessario, può far uscire dai depositi anche i carri armati proprio come ha fatto Gheddafi, ma con la differenza che nessuno glieli bombarderà. Anche perchè, in questo caso, anzichè parlare di ribelli in pericolo, in Occidente si dirà che il giovane presidente siriano, riformatore, deve difendere con tutti i mezzi il suo percorso verso la democrazia.

mercoledì 20 aprile 2011

Come compromettersi sul serio con una guerra fatta per finta

Chi sono i ribelli di Bengasi? I dubbi dividono il fronte occidentale e conducono la sua guerra al fallimento.

Leggo che l'operazione di sostegno ai ribelli di Bengasi da parte delle forze occidentali si basa essenzialmente su un centinaio di interventi aerei al giorno e sull'invio, con molta parsimonia, dei famigerati “istruttori militari”, vale a dire i mercenari della Blackwater et similia. Cento raid aerei al giorno lungo tutta la costa libica (che è lunga diverse centinaia di chilometri e presenta numerosi siti strategici) sono, per chi mastica qualcosa di “arte della guerra”, una bazzecola. Dieci “istruttori militari” mandati dal governo italiano ai ribelli di Bengasi, da assommarsi a quelli francesi, inglesi ed americani già presenti, sono una nullità. Detto fuori dai denti: il fronte libico è di una mobilità ed instabilità semplicemente spaventose, mentre il livello d'addestramento ed equipaggiamento degli insorti fa, per usare un eufemismo, morire dal ridere. Dunque i cento raid aerei al giorno e gli “istruttori militari” (non sono soltanto consulenti di strategia militari, perchè ne basterebbero di meno; non sono soltanto ufficiali mandati a dirigere con maggiore efficienza lo scalcinato esercito ribelle, perchè una buona organizzazione non può comunque compensare la mancanza di preparazione e di adeguati armamenti degli effettivi; non sono soltanto soldati di riforzo, perchè in un numero così esiguo, per quanto bravi, non potrebbero mai fare granchè di fronte alla mole dei mercenari di Gheddafi; insomma, sono soltanto mercenari e professionisti della guerra del cui operato, spesso incivile, irresponsabile e sanguinario, i nostri governi occidentali non risponderanno), così come gli scarsissimi rifornimenti di armi tramite la frontiera egiziana, non servono a niente se non ad offrire una giustificazione politica e diplomatica ai governi europei e statunitense. 

La ritrosia degli occidentali nell'offrire una piena collaborazione agli insorti trova una sua spiegazione nel fatto che l'anatomia politica di quest'ultimi è ancora lungi dall'essere chiara. Inizialmente (e parliamo della seconda decade di febbraio, a “rivoluzione libica” appena cominciata) essi erano soprattutto elementi della società civile stanchi del regime quarantennale di Gheddafi, quantunque già allora discretamente manipolati dall'esterno (come eloquentemente dimostrato dalla presenza, fin da gennaio, di agenti francesi ed inglesi in Cirenaica). Ad essi però si sono quasi subito aggiunti elementi jihadisti, scarcerati dal regime fin dal 17 febbraio, e collaboratori di Gheddafi che hanno prontamente voltato gabbana per assicurarsi un nuovo futuro (gli ex ministri della Giustizia e degli Interni, non propriamente degli stinchi di santo e pertanto difficilmente immaginabili come “rivendicatori della democrazia”, insieme a personalità dell'esercito e capi tribù non sempre molto più puliti). 

A quel punto gli occidentali, su cosa stesse succedendo a Bengasi, non c'hanno più capito niente; però al tempo stesso Gheddafi appariva sempre più debole e compromesso e pertanto da sostituirsi una volta per tutte. Quando si sarebbe mai ripresentata un'altra occasione del genere per chiudere definitivamente i conti con una personalità che, malgrado tutti gli sforzi, continuava ad essere avvertita come “estranea” ed “incontrollabile” quale quella di Gheddafi? Ecco perchè francesi, inglesi ed americani si sono messi rocambolescamente in gioco, con un'operazione da Armata Brancaleone iniziata male e destinata a concludersi peggio. Certo, gli interessi economici non sono da dimenticare, come già più volte descritto in altri articoli di questo blog; ma guai a dimenticarsi che Gheddafi è sempre stato un partner mal digerito da tutte le cancellerie occidentali, anche in questi ultimi anni in cui fra le due parti sembrava essere scoppiato l'idillio. Questo li ha portati a cavalcare i ribelli, tentando da una parte di usarli come loro fantocci, dall'altra però venendone inevitabilmente travolti. Finchè, almeno alla Casa Bianca, guardando i conti qualcuno ha capito che non era più il caso d'andare avanti. 

Il comandante della NATO in Europa, James Stavridis, durante un'audizione al Senato USA si è chiesto se valga davvero la pena dare le armi a gente che non si conosce, in particolare a combattenti jihadisti che si sono fatti le ossa in vari teatri di guerra (Iraq in primis) e che potrebbero usarle per eliminare gli altri ribelli, oggi alleati ma in futuro rivali, non appena il nemico comune di Tripoli sarà stato definitivamente debellato. Perchè non esistono dubbi almeno sul fatto che i fondamentalisti, militarmente parlando, siano decisamente più preparati sia dei civili improvvisatisi rivoluzionari sia dei fuoriusciti dall'esercito libico, scarsamente addestrato per antonomasia. Non va poi dimenticato come, in percentuale in rapporto alla popolazione, la Cirenaica sia stata la regione del Mondo Arabo che ha dato più combattenti alla causa fondamentalista. Il progressivo disimpegno americano da questa guerra, dopo i primi giorni d'entusiasmo, trova una sua spiegazione proprio su questo oltre che sull'amaro stato delle cose militari nazionali. 

Ad ogni modo quella libica passerà alla storia come la più maldestra e sfortunata operazione di “regime change” della storia recente. Si è passati dall'obiettivo iniziale di abbattere Gheddafi manu militari a quello di suddividere la Libia applicando il concetto già visto in Iraq con la secessione de facto del Kurdistan. La proposta di un intervento di terra, conditio sine qua non per stanare il Qaid e assicurare ai ribelli il possesso di Tripoli, è stata accantonata nello spazio di un mattino dopo una rapida conta delle scarsissime risorse (economiche, militari ed umane) disponibili. Come al solito gli unici che ci guadagnano dall'irruenza del blocco atlantico (gli Stati Uniti e i loro pochi e non del tutto allineati alleati europei) sono le potenze emergenti del BRIC, vale a dire il Brasile, la Russia, l'India e la Cina. In particolare Mosca e Pechino, che sono state le più attive, hanno tratto grandi benefici dall'essersi astenute durante la votazione della “No Fly Zone” alla seduta del Consiglio di Sicurezza ONU. Non ponendo un veto hanno evitato che l'Occidente si ricompattasse in una contrapposizione contro di loro, permettendogli invece di dimostrare tutte le sue divisioni nei cieli e sulle sabbie libiche. Così, ad un mese e spiccioli dall'inizio della campagna di Libia, l'asse atlantico scopre di non essere mai stato così debole come oggi. Finirà che questa guerra si concluderà con un classico accordo fra gentiluomini, in cui la presenza del BRIC si rivelerà essenziale per tirare fuori dalla merda coloro che l'hanno iniziata. 

venerdì 15 aprile 2011

La Libia: un esperimento geopolitico

Una cartina della Libia del primo periodo postcoloniale.

Dato che in questi giorni va tanto di moda parlare della Libia, allora è bene farlo con un po' di “igiene geopolitica”. Molti non capiscono cosa esattamente vi stia accadendo essenzialmente perchè danno per scontato che la Libia sia uno “Stato nazionale” al pari di molti dell'Europa e anche, in parte, del Medio Oriente. Ma in realtà la Libia è più un agglomerato di elementi etnici, tribali e culturali differenti fra loro che uno Stato composto da una sola nazionalità: quest'ultimo, semmai, era l'obiettivo che si poneva di raggiungere Gheddafi (almeno fino alla fine degli Anni '70: dopodichè, resosi conto della natura irrimediabilmente tribale del proprio paese, vi si rassegnò modellando su di essa anche l'assetto delle istituzioni del regime e la spartizione dei posti di comando).

Storicamente la Libia nasce come “esperimento geopolitico” del colonialismo italiano dopo che le tre province di Cirenaica, Tripolitania e Fezzan erano state strappate al dominio (in verità più teorico che reale) della Sublime Porta, ovvero del Sultano ottomano. Tre province, vissute ciascuna per conto proprio sotto il lontano e quasi impercettibile dominio turco, vennero improvvisamente aggregate in una sola colonia, ovvero un sub Stato e pertanto Stato sovrano in potenza. Di queste tre province, fu la Cirenaica quella che diede effettivamente del filo da torcere al colonialismo italiano (ricordiamoci di Omar al Mukthar), al punto che Mussolini rischiò quasi di mandare in bancarotta lo Stato italiano a suon di operazioni militari, reticolati nel deserto e quant'altro. Venne anche usata l'iprite, in violazione degli Accordi di Ginevra che la stessa Italia aveva sottoscritto anni prima, e si calcola che almeno il 10% della popolazione libica d'allora sia stata trucidata. Ad ogni modo gli italiani s'appoggiarono alla Tripolitania ed al Fezzan in funzione anti Cirenaica, ad ulteriore dimostrazione che la Libia, più che una colonia unita, era solo un grande contenitore al cui interno erano state collocate realtà geopolitiche fortemente contrastanti fra loro.

In effetti la Libia è una “terra di mezzo”, a metà strada fra il Maghreb (composto da Tunisia, Algeria, Marocco, Sahara Occidentale e Mauritania) e l'Egitto. Storicamente e culturalmente, la Tripolitania è una propaggine della Tunisia, il Fezzan dell'Algeria e la Cirenaica dell'Egitto. Sono quindi due mondi diversi che gli italiani vollero fondere in uno soltanto, anticipando di decenni l'esperimento geopolitico che nel Secondo Dopoguerra gli inglesi e l'ONU avrebbero fatto accorpando in una sola entità statale la Somalia italiana e quella britannica (oggi non a caso nuovamente divise).

Nel '51, quando la Libia divenne indipendente sotto la monarchia di Idris al Senussi, venne adottata una costituzione federale che rispettava l'autonomia delle tre regioni che componevano il nuovo Stato: anche il ricorso a tale compromesso non fu un caso. Così come non fu un caso l'appoggio dato dalla Tripolitania e dal Fezzan, che si sentivano troppo trascurate dalla monarchia senussita di origini guardacaso cirenaiche, al colpo di Stato con cui nel '69 Gheddafi conquistò il potere.

La Cirenaica si è grossomodo sempre opposta a Gheddafi, almeno fin dagli Anni '70 e i primi seri sollevamenti, tali da costringere il Qaid a ricorrere all'esercito, risalgono ai primissimi Anni '90. La sua vicinanza, etnica, culturale e storica, con l'Egitto la rende una regione scarsamente controllabile da parte del potere centrale (che è situato, non dimentichiamocelo, a Tripoli, ovvero a poca distanza dal confine tunisino: vale a dire all'esatto opposto in termini geografici rispetto a Bengasi). La Tripolitania e soprattutto il Fezzan, invece, sono da sempre il basamento del regime di Gheddafi. Non stupisce quindi che questi tre territori, adesso si comportino diversamente.

Mentre la Cirenaica si ribella non accettando Gheddafi “senza se e senza ma” (e quindi rifiutando qualsiasi proposta di compromesso e di riforma, perchè salverebbe comunque la permanenza del Qaid e dei suoi familiari al potere), la Tripolitania e il Fezzan si dimostrano ancora disposti a sostenerlo, magari a patto che allarghi un po' i cordoni della borsa aumentando le elargizioni di denaro alla popolazione, costruendo nuove abitazioni ed infrastrutture e facendo maggiori aperture. Insomma: se in Cirenaica la protesta è di tipo “egiziano”, nelle altre due regioni è invece di tipo “algerino” e non mira all'abbattimento del regime quanto piuttosto alla richiesta di nuove opportunità.

In Algeria, infatti, abbiamo un governo che, al pari di quello di Gheddafi, si dà sembianze antimperialiste ed ha a disposizione molto denaro proveniente dall'estrazione e dalla vendita degli idrocarburi con cui tentare di ricomprare tutto il consenso perduto (oppure precedentemente mai posseduto). E' proprio ciò che sta facendo Bouteflika il quale, in parte contrastando e prevenendo le proteste di piazza con l'uso della polizia e in parte avviando nuove riforme sociali e democratiche, sta garantendo al regime algerino la possibilità di sopravvivere all'ondata di rivolte scatenatesi negli ultimi mesi. Ma è anche quello che sta facendo Gheddafi e infatti tanto il Fezzan quanto la Tripolitania sono prontamente tornati a garantirgli la loro fedeltà.

giovedì 14 aprile 2011

Il Medio Oriente quattro mesi dopo: nè 1848 nè 1989

Un'immagine degli scontri nei sobborghi di Tunisi, a gennaio di quest'anno.

Sono passati ormai quattro mesi da quel 14 gennaio che vide l'avvio del processo rivoluzionario geopolitico attualmente in corso in Medio Oriente. Dopo un estremo tentativo di riprendere il controllo della situazione, attraverso un discorso alla nazione rigettato dai tunisini con l'invito ad andarsene, il presidente Ben Alì abbandonò Tunisi in fretta e furia, riparando a Jedda, in Arabia Saudita. Nulla sarebbe più stato come prima: le masse arabe trassero, da quell'avvenimento, la sensazione che i regimi sotto i quali erano state oppresse per decenni non fossero poi così invincibili ed irreversibili come all'apparenza poteva sembrare. E infatti meno di un mese dopo, l'11 febbraio, a seguito di una contestazione durata 18 giorni e durante la quale vi erano stati almeno 300 caduti, anche Hosni Mubarak fu costretto a gettare la spugna. Fu un secondo insegnamento: se l'azione popolare poteva abbattere quello che era considerato come il più forte tra i regimi mediorientali, allora e a maggior ragione anche tutti gli altri potevano essere debellati. Non è un caso se le tensioni in Algeria, Yemen e Giordania, già in precedenza molto forti, dopo la caduta di Mubarak si siano ulteriormente irrobustite, mentre sono iniziate le sollevazioni in Libia e Siria dove Gheddafi e Assad sembravano destinati a sopravvivere come due monumenti al passato. Ma anche in Bahrain la lotta è stata molto dura, con una temporanea pacificazione garantita solo dal soccorso saudita. L'Iran si è nuovamente incendiato e il processo di destabilizzazione del Sudan, già minato dalla secessione del sud, ha conosciuto un ulteriore salto di qualità. 

Ormai il 1848 arabo non è più soltanto, per l'appunto, arabo. Le proteste, più o meno violente, coinvolgono la piattaforma indo-irano-caucasica (proteste in Pakistan, Iran e Azerbaijan) e l'Africa subsahriana (Costa d'Avorio, Gabon, Nigeria, Burkina Faso, ecc). Naturalmente non tutti questi paesi vedranno la loro attuale fase d'instabilità evolversi in una rivoluzione e, probabilmente, neppure in una semplice insurrezione. Tuttavia è riconoscibile l'esistenza di un forte malcontento che nemmeno un processo riformatore avviato all'interno dei regimi esistenti può, a questo punto, soddisfare. Vi è una forte richiesta di cambiamento, con un'opposizione in erba che a seconda del paese è più o meno radicata ed organizzata e con differenti priorità. I problemi della popolazione yemenita (tra le più povere del Mondo Arabo, con un 60% composto da diciottenni) sono solo in parte sovrapponibili a quelli della popolazione libica o bahranita (al contrario fra le più ricche). Entrano in gioco, a seconda dell'area, non più soltanto questioni tribali, ma anche etniche e religiose (si pensi al conflitto fra sciiti e sunniti all'interno della penisola arabica).

Qualcuno ha tentato un paragone con il 1989. Ma quello fu il crollo di un sistema politico, economico e sociale fortemente caratterizzato dal punto di vista ideologico e, tutto sommato, abbastanza omogeneo nonostante le "eresie" albanesi e jugoslave. Qui invece ci troviamo al cospetto di un assortimento di regimi di vario genere: dall'islamo-socialismo libico al socialismo nazionalista siriano, dalla monarchia saudita alla teocrazia iraniana, c'è dentro tutto e il contrario di tutto. E tutto, più o meno fortemente, viene contestato. Inoltre, se fosse davvero valido il paragone col 1989, quale paese arabo reciterebbe oggi il ruolo che fu dell'URSS nell'Est Europa? L'Arabia Saudita lo potrebbe ricoprire solo parzialmente, come del resto anche l'Egitto, ma sappiamo benissimo che l'accostamento non regge. Probabilmente il paragone col 1848, anche in questo caso operando i dovuti distinguo, calza con maggiore facilità. Tuttavia è difficile chiedersi chi sia, dopo Arabia Saudita ed Egitto, il terzo membro della Santa Alleanza in salsa araba e mediorientale. In Europa essa era composta da Prussia, Russia ed Austria con Francia ed Inghilterra come partner a volte di fiducia e a volte conflittuali e la Spagna nelle vesti di socio minoritario sul quale sempre si poteva contare. Ma la realtà mediorientale non è proprio la stessa.

Morale della favola: forse è meglio lasciar perdere i paragoni forzati e forzosi col passato, valutando la situazione attuale semplicemente per com'è e per come si presenta. A volte gli esempi col passato ci condizionano troppo, facendoci prendere lucciole per lanterne. Gli insegnamenti della storia ovviamente non vanno mai dimenticati ma, del pari, sarebbe sbagliato pretendere che essi si ripetano tali e quali come nel passato: proprio perchè di eventi, e non di rituali, si tratta.

lunedì 28 marzo 2011

Siria: premessa, analisi e "Question & Answer"

Una recente immagine del presidente siriano Bashar al Assad.

Non possiamo restare indifferenti a ciò che da alcuni giorni sta avvenendo in Siria. I disordini di Daraa rappresentano un evento sanguinoso e difficilmente decifrabile esattamente quanto l'insurrezione della Cirenaica contro il regime di Gheddafi iniziata quaranta giorni fa. In entrambi i casi la conta delle vittime è stata affidata soprattutto a chi (tanto dalla parte del regime quanto da quella dei rivoltosi) aveva tutto l'interesse a ridurla o enfatizzarla a seconda dei propri interessi politici e propagandistici. In Libia, nei primi giorni, s'è parlato di almeno diecimila vittime, di sparatorie da parte dei caccia sulla folla riunita in piazza e di fosse comuni scavate lungo la spiaggia. S'è poi scoperto come le vittime fossero decisamente molto meno, le incursioni dei caccia non fossero mai avvenute (i satelliti spia russi parlano chiaro) e le tanto famigerate fosse comuni fossero solo una parte del cimitero di Tripoli in fase d'ampliamento. Insomma, i media più intenti ad agitare che ad informare hanno (talvolta ingenuamente, talvolta volutamente) preso lucciole per lanterne, influenzando così nella direzione sbagliata l'opinione pubblica e di conseguenza anche il mondo politico. Pare che anche in Siria, adesso, si stia mettendo in scena il medesimo copione.

Naturalmente i disordini di Daraa e di Damasco sono tutti veri, con gli scontri fra i manifestanti e le forze dell'ordine e gli assalti alle sedi del Baath, il partito unico che guida il paese fin dagli Anni '50. Ma è già stata riconosciuta la presenza di elementi dell'intelligence israeliana nei primissimi giorni della rivolta, a Daraa (una città che, giova ricordarlo, è proprio a pochi chilometri dal confine con Israele), e non solo dagli esponenti del regime siriano (che per una serie di ben note ragioni avrebbero tutto l'interesse a cercare in Tel Aviv il capro espiatorio) ma anche da osservatori esterni da anni presenti in Siria come corrispondenti e analisti per conto di importanti media occidentali. 

Dunque esiste una regia occulta, dietro i fatti libici e siriani, che cerca di contenere i danni causati dal crollo dei regimi “amici” come quello egiziano e tunisino con la diffusione del caos anche nei paesi guidati da regimi “indipendenti” o addirittura “ostili”. Operazione che peraltro risulta molto facile ai suoi autori, giacchè la stabilità sociopolitica libica, siriana, algerina o iraniana non è di certo superiore a quella egiziana, tunisina, yemenita o bahranita. Fino a pochi mesi fa molti di noi non avrebbero mai creduto che la tendenza alla fluidità nella società di quei paesi avrebbe minacciato la sopravvivenza e la stabilità dei regimi che li guidavano, poiché questi ultimi c'apparivano caratterizzati da un'inopinabile solidità. Quanto visto da gennaio ad ora c'ha invece dimostrato il contrario. 

Sono sicuramente in tanti ad essere spaventati dall'attuale grande cambiamento geopolitico in atto. Ciò li induce ad intervenirvi con tutte le modalità lecite ed illecite allo scopo di modificarne in modo sostanziale gli sviluppi. Gli attori sul palcoscenico sono tanti e operano in una sinergia il più delle volte involontaria: governi arabi e medio orientali che avvelenano i pozzi quando subodorano l'avvicinarsi della caduta; jihadisti e fondamentalisti in cerca di nuove occasioni e di una rivincita dopo le sconfitte subite nell'ultimo decennio; israeliani e occidentali che fomentano il caos per rallentare l'avanzata dei rivali asiatici e giustificare un piede perennemente in Medio Oriente; asiatici affamati d'energia e d'affari nel promettente mercato mediorientale, in crescita da anni, e in concorrenza col capitale locale, peraltro ostile alle riforme neoliberiste degli ultimi anni e sempre più nostalgico dell'antico protezionismo; e infine masse popolari che escono, lentamente e non senza contraddizioni, da un'inerzia decennale. E si badi bene che l'elenco è ancor lungi dal potersi definir completo.

Questo è, bene o male, quanto abbiamo visto in atto in Tunisia, in Egitto, in Giordania, nello Yemen e adesso anche in Siria. Poiché è proprio della Siria che vogliamo parlare, provvediamo ad analizzarne velocemente la situazione riassumendola con un botta e risposta.

I. Come si comporterà Bashar al Assad di fronte all'insurrezione di parte del suo popolo contro il regime militare e monopartitico che ha ereditato dal padre? Pur non essendo un santo, Bashar al Assad è pur sempre di un'altra generazione sia rispetto al padre Hafez sia rispetto ai di lui coetanei come Ben Alì, Mubarak, Saleh e compagnia cantante. Se non fosse stato per la morte di suo fratello Basil, inizialmente prescelto per succedere al padre, non avrebbe nemmeno dovuto fare il presidente (per sua stessa ammissione, ha sempre detto che avrebbe preferito continuare a fare l'oftalmologo a Londra). Una volta divenuto presidente della Siria ha preso a cuore il compito che gli è stato affidato dal padre facendo del suo meglio per comportarsi come avrebbe fatto suo fratello Basil. Ma, in ogni caso, è decisamente una figura più aperta e ragionevole sia rispetto al padre che agli altri vecchi colleghi arabi e mediorientali. Ha promosso, negli anni scorsi, un interessante ciclo di riforme purtroppo frustrate dalla vecchia guardia del regime; ma i fatti di questi ultimi giorni dimostrano pur sempre la sua disponibilità a captare e comprendere le istanze provenienti dalle masse del suo paese (dimissioni del governo previste per domani; modifica della Costituzione con abolizione del monopartitismo; soppressione dello stato d'emergenza in vigore dal 1963; concessione della libertà di stampa e d'opinione). Forse Assad potrebbe addirittura approfittare di questa insurrezione per regolare i conti una volta e per tutte con la vecchia guardia ed imprimere al regime una liberalizzazione netta e decisa, che cementerebbe ancora di più l'alleanza col nuovo amico, la Turchia “neo ottomana” di Erdogan. E' infatti quello il modello a cui Assad guarda con interesse.

II. Qualora il regime non dovesse invece manifestare una volontà “liberalizzatrice” e continuasse a reagire con durezza alle manifestazioni, conducendo il paese verso il caos totale (vedansi gli esempi della Libia e dello Yemen), dovremmo aspettarci un secondo intervento militare occidentale? Anche questa è un'ipotesi, al momento, piuttosto remota. Prima di tutto perchè la Siria, a differenza della Libia, non ha importanti risorse petrolifere e gasiere (con lo Stato che intasca il 90% dei proventi della loro estrazioni, come fa Gheddafi: un “privilegio” che alle compagnie petrolifere occidentali è sempre risultato alquanto indigesto e che oggi, con l'intervento in Libia, si cerca non a caso di “correggere”) che la rendano interessante agli occhi nostrani. In secondo luogo perchè non è, militarmente parlando, una “tigre di carta”. La Libia magari ha anche un bell'arsenale, ma il suo esercito è diviso secondo criteri tribali e non è grado d'utilizzarlo; invece la Siria possiede un esercito forte, ben armato, numericamente rilevante, come l'Iran o l'Egitto. Non sarebbe facile scorrazzare sui cieli siriani senza pagare pegno: questo è un lusso che i nostri aerei possono permettersi solo in Libia. Inoltre i nostri mezzi, sia militari che finanziari, sono sempre più esigui ed è già un mezzo miracolo se, raschiando il barile, siamo stati in grado di armare la campagna di Libia. Quindi di fronte alla Siria abbiamo le mani legate, a meno che Tel Aviv non proponga la propria collaborazione: ma quali sarebbero le conseguenze in tutta la regione? Gli israeliani per primi sono incerti sul fare un passo del genere; noi occidentali, poi, temiamo che la reazione egiziana, turca ed iraniana possa completamente sfuggire al nostro controllo. Meglio non disturbare l'Egitto in transizione, l'Iraq già parecchio instabile di suo, e soprattutto l'Iran e la Turchia sempre più alleate e decisamente infastidite all'idea di una guerra contro un loro alleato chiave (che, nel caso di Ankara, è anche un caro confinante).

III. Queste riflessioni sono da considerarsi come “oro colato”? Neanche per sogno. Sono soltanto una semplice constatazione degli equilibri attuali. Ciò che avverrà domani potrà anche rimettere tutto in discussione. Se avessimo la palla di vetro sarebbe tutto molto più facile, ma a quel punto non ci sarebbe nemmeno più bisogno di fare un'analisi: sapremmo già tutto prima. Ma è tuttavia altamente probabile che la Siria non seguirà proprio la stessa strada della Libia. Non soltanto per via degli esempi succitati (le tasche statunitensi ed europee sempre più vuote, la forza militare siriana decisamente superiore a quella libica, la differenza fra i due paesi dal punto di vista energetico) ma anche perchè, al contrario della Libia, la Siria non ha mai avuto la stessa struttura tribale e comunque dal tribalismo ha preso le distanze da quasi un secolo. Siamo alle porte del Mashreq, non del Maghreb, e la differenza è sostanziale. E poi possiamo star certi che la Turchia, il nuovo grande alleato della Siria, farà di tutto per salvare quest'ultima dall'abbraccio verso Ezraele (l'angelo della morte nella religione musulmana) ed aiutarla ad adottare il proprio modello che, pur senza essere esente da critiche, s'avvia ad essere quello di una laboriosa e pacifica democrazia islamica e mediorientale.

    sabato 26 marzo 2011

    L'Occidente contro la Libia: una resa dei conti fra grandi e piccoli imperialismi

    Una delle tante moschee dedicate a Gheddafi nell'Africa Nera: questa è a Kampala, in Uganda.
    Una delle tante moschee dedicate a Gheddafi nell'Africa Nera: questa è a Kampala, in Uganda.

    Ciò che è avvenuto a partire dai giorni scorsi, col massiccio attacco delle forze occidentali alle milizie del Colonnello Gheddafi, ha assai poco dell'intervento umanitario e molto dell'ingerenza imperialista. E' un dato di fatto su cui anche i più accesi assertori della guerra umanitaria possono fare e dire ben poco. Il petrolio libico fa indubbiamente gola, insieme ad altre risorse di non minore importanza e sulla cui abbondanza fino ad ora ci si è solo attardati in tante speculazioni: ad esempio l'uranio della Cirenaica.

    Ma non possiamo nemmeno dimenticare l'acqua del Sahara, che i libici sfruttano già da un ventennio col famoso "Grande Fiume Artificiale", progettato da una società statunitense e realizzato da una sudcoreana, e definito non soltanto dagli arabi ma anche dall'Unesco come "l'ottava meraviglia del mondo". E' assai probabile che nel corso di questo secolo le guerre per il petrolio cederanno il passo a quelle per l'acqua, un bene ancor più vitale e prezioso, la cui disponibilità pro capite nel mondo cala di anno in anno. In Africa si sta già compiendo uno scontro, neanche tanto sotterraneo, per il controllo dell'acqua da parte delle grandi potenze mondiali e regionali: il suo ultimo effetto è rappresentato dalla recente secessione del Sudan meridionale, sostenuto da americani e israeliani contro una Khartoum sempre più filocinese.

    E' dunque questo il quadro di cui dobbiamo tener conto, quando c'accingiamo a ragionare sulla guerra in Libia. In un'Africa tradizionalmente contesa fra le grandi potenze che hanno segnato la storia del Novecento (Stati Uniti, Inghilterra, Francia, Russia e Cina, con il recente arrivo di nuovi outsider quali l'India, Israele e l'Unione Europea), l'imperialismo libico, manifestatosi a partire dagli Anni '70 proprio con la salita al potere del Colonnello Muhammar Gheddafi, è sempre stato giudicato come un elemento tanto estraneo quanto sgradito. La Libia ha cavalcato l'Islam di quelle regioni per insinuarvisi con una politica estera turbolenta, dispendiosa (mantenuta dal fiume di denaro proveniente dal petrolio), spesso contraddittoria e finalizzata ad escludere qualsiasi altro contendente. Si è così scontrata coi francesi nel Ciad, con gli inglesi in Uganda e nello Zimbabwe, e con gli americani un po' da tutte le parti. Ha ostacolato e addirittura frustrato rivoluzioni e contrapposizioni autoctone all'imperialismo occidentale come nel caso del Burkina Faso, il cui leader Thomas Isidore Sankara morì col consenso e la consapevolezza non soltanto degli americani e dei francesi, ma anche di Gheddafi. Spesso l'azione libica, al pari degli altri imperialismi di provenienza occidentale, non ha portato a niente di buono, al contrario offrendo a Parigi il pretesto per mandare in Africa il proprio esercito. Non hanno di certo giovato, all'immagine e alla salute sociale e politica della Libia, le sanguinose campagne militari come quella del Ciad e l'appoggio a dittatori quali Idi Amin Dada dell'Uganda, Bokassa della Repubblica Centrafricana o Menghistu dell'Etiopia.

    Non che francesi, belgi, inglesi, americani, cinesi e sovietici facessero di meglio; tutt'altro. Quanto all'uso dell'Islam come strumento di colonizzazione culturale e politica, va pur detto come la Libia non abbia di sicuro iniziato per prima, avendo appreso i rudimenti dall'Arabia Saudita; la quale continua ad attuare tale strategia non solo in Africa e nel Mondo Arabo, ma anche nel Caucaso, in Asia Centrale e nei Balcani. Semplicemente la Libia ha praticato fino ad oggi l'imperialismo nel continente africano, giungendo così ad un invidiabile controllo delle sue risorse, in concorrenza con gli imperialisti della vecchia guardia ed attirando così su di sè i loro malumori. Ciò che sta avvenendo adesso è anche un regolamento di conto fra le potenze europee e gli Stati Uniti da una parte, imperialisti di vecchia data e dalla grande forza d'urto, e la Libia che al loro confronto è invece soltanto una piccola potenza inevitabilmente destinata a pagare, prima o poi, per il suo ardire.

    Il prezzo che la Libia dovrà pagare sarà la neocolonizzazione da parte delle potenze nemiche occidentali: vale a dire la rinuncia allo status di piccola superpotenza e all'imperialismo in terra d'Africa e il conseguente ritorno al rango di colonia petrolifera com'era prima del 1969. Ciò è quanto almeno si ravvede nelle intenzioni dei governi occidentali; se tale obiettivo dovesse dimostrarsi di difficile attuazione, per non dire addirittura impossibile, come anche il caso iracheno sembrerebbe in parte dimostrare, lo sapremo solo negli anni a venire. 

    Il Grande Gioco mediorientale: un'analisi frettolosa ma non troppo

    Piazza della Perla, a Manama, nel Bahrain, nel pieno degli scontri antigovernativi.
    Cosa sta succedendo in Medio Oriente? Se alcuni si pongono questa domanda in modo piuttosto concitato, altri invece tendono a voltare la testa dall'altra parte e a darsi delle risposte a dir poco superficiali. Non si può liquidare questo problema in quattro battute, poichè siamo incontestabilmente dinanzi ad un cambiamento geopolitico di portata epocale. Infatti, se la caduta di Ben Alì nella piccola Tunisia tutto sommato poteva essere giudicata come un fenomeno limitato e possibilmente circoscrivibile solo a quel paese (e quindi facilmente riassorbibile dal Medio Oriente composto di regimi dittatoriali e monarchie assolute tutti a solida base oligarchica e plutocratica), l'effetto domino che ne è scaturito appare invece come qualcosa di ben diverso ed assai più pericoloso per lo status quo del dar al Islam, il Mondo Arabo.

    Il vero salto di qualità si è avuto quando, a pochi giorni dall'inzio della rivoluzione tunisina, a fremere è stato l'Egitto. Dopo una contestazione durata 18 giorni e che ha lasciato sul campo almeno 300 morti, anche Mubarak è stato costretto a gettare la spugna. In entrambi i casi, tanto in Tunisia quanto in Egitto, a facilitare la caduta di queste longeve autocrazie sono state le divisioni provocate al loro interno dalla guerra per la successione ai vecchi raìs ormai sul viale del tramonto (75 anni Ben Alì, 82 Mubarak). Di Ben Alì si sapeva che, a causa delle sue sempre più precarie condizioni di salute, non si sarebbe più ricandidato ancor prima dell'inizio della rivoluzione; quanto a Mubarak, l'ipotesi che a settembre dovesse cedere il passo al figlio Gamal appariva sempre più probabile (sebbene fosse top secret in Egitto, era comunque noto il fatto che l'anziano raìs avesse i giorni contati per via di un tumore al pancreas).

    Naturalmente la caduta di Ben Alì e di Mubarak non dipende solo da questo. I due paesi erano (e sono) sull'orlo del baratro, economicamente parlando. La crisi globale ha colpito l'Occidente riducendo le rimesse degli emigranti, molti dei quali hanno perso il lavoro rientrando in patria e contribuendo, oltretutto, a diffondere idee nuove. Inoltre anche il settore del turismo, fortemente orientato proprio verso gli occidentali, aveva subito non pochi contraccolpi. Se a ciò aggiungiamo le caratteristiche claniche di tali regimi, il nepotismo e la corruzione che li contraddistinguevano a tutti i livelli e l'autoritarismo usato come palliativo all'incapacità di produrre consenso, ci rendiamo conto di come le autocrazie mediorientali non potessero che finire così.

    Un ruolo importante, poi, è stato tenuto da emittenti giovani ed indipendenti come Al Jazeera e Al Arabiya che hanno squarciato il muro della censura e della disinformazione costruito e sorretto dalle noiosissime televisioni di Stato. E che, a rivoluzione iniziata, hanno svolto più un ruolo da agitatori che da informatori, insieme ai tanto elogiati ma forse anche sopravvalutati Facebook e Twitter.

    Sta di fatto che, con la fine di Ben Alì in Tunisia e di Mubarak in Egitto, con l'insurrezione contro Gheddafi in Libia e con i disordini nello Yemen, in Giordania, in Algeria, in Siria, in Iran, in Iraq, in Bahrain, nell'Oman e in Marocco, gli equilibri mediorientali, fino ad oggi fin troppo cristallizzati, sono diventati nel volgere di pochi giorni liquidi come mai c'erano sembrati in passato. Viene meno la cintura di regimi più o meno "amici" delle potenze occidentali, di Israele e soprattutto dell'Arabia Saudita. Al contempo avanza il fronte degli sciiti. Sono gli sciiti a ribellarsi al sovrano sunnita nel Bahrain e a fremere nell'Oman come nello Yemen, nel Qatar come in Arabia Saudita. Hezbollah guadagna il governo nel Libano mentre l'Iran guadagna posizioni in tutto il Golfo Persico e il Medio Oriente. Quindi siamo di fronte ad una formidabile avanzata geopolitica dell'Iran e dei suoi alleati (la Turchia "neo ottomana", la Siria governata dalla setta alauita vicina agli sciiti, e infine il Qatar che soprattutto con i media alla Al Jazeera offre un supporto mediatico alla lotta contro i regimi "moderati" del Mondo Arabo sunnita).

    E qui viene il bello. Spiazzati dalle insurrezioni che hanno liquidato in poche settimane due loro regimi amici, strategici per ogni loro politica mediorientale, i governi occidentali hanno cominciato a studiare la controffensiva. Pensiamo alla Libia: quantunque malvista dal quartetto Iran - Turchia - Siria - Qatar, essa si poneva comunque come Stato amico degli amici, visti i buoni uffici con Russia e Cina. Sappiamo oggi, a più di un mese dall'inizio dei disordini, che la rivoluzione libica era soprattutto organizzata dall'esterno, con elementi francesi, inglesi ed americani ad offrire supporto e curatela militare ed organizzativa ai ribelli della Cirenaica. E vediamo che oggi avviene la stessa cosa anche in Siria, dove nella città di Daraa, insorta contro l'autorità di Damasco, sono stati ravvisati elementi dell'intelligence israeliana. Si cerca insomma di prendere in contropiede il fenomeno geopolitico attualmente in atto onde impedire che l'avanzata sciita e filoiraniana diventi troppo forte e troppo presto.

    I tempi sono ancora decisamente prematuri per preconizzare la possibilità di un intervento occidentale in Siria, volto a debellare il regime di Bashar Al Assad sulla falsariga di quanto sta avvenendo in Libia. Certamente la scomparsa della dittatura del partito Baath a Damasco semplificherebbe di molto le cose agli atterriti occidentali e agli ancor più atterriti israeliani e priverebbe gli iraniani e i turchi di un alleato chiave. Ma il buon senso c'impone di chiederci quanto potrebbero gradire, l'Iran e la Turchia, un intervento contro un paese non soltanto amico ma addirittura ai loro confini. A tacere poi del fatto che i soldi e i mezzi a disposizione per protrarre la politica delle cannoniere, tanto a Parigi quanto a Londra e a Washington, sono sempre meno. E poi non dimentichiamoci che nelle immediate vicinanze si trova anche l'Iraq, oggi non più ostile all'Iran e conseguentemente nemmeno alla Siria. Il grande capolavoro dell'amministrazione Bush è stato quello di aver rimpiazzato un nemico (la dittatura del partito Baath e di Saddam Hussein, antisiriana e antiraniana) con un altro (un governo formalmente moderato, egemonizzato dagli sciiti ma sostanzialmente in buoni rapporti anche con i sunniti già saddamiti) oltretutto legato a doppio filo con gli altri nemici storici della regione. Chiunque dovrebbe chiedersi quali sarebbero le conseguenze, sugli equilibri iracheni, di un intervento in Siria.

    Senza poi dimenticare la presenza sciita in Pakistan. Se anche l'Iraq sta tremando sotto i colpi delle proteste partite da Tunisi, analoghi sommoventi si registrano in questi giorni pure ad Islamabad e dintorni. E come spesso avviene, gli occhi sul Pakistan non si soffermano mai, intenti come sono a guardare altrove.

    L'insofferenza degli sciiti nel Medio Oriente è figlia del malgoverno contro il quale protestano anche i sunniti, ma con l'aggiunta di un elemento in più: la sottomissione forzata a fragili oligarchie sunnite cui essi sono di fatto da sempre sottoposti praticamente in molti Stati mediorientali e del Golfo Persico. Ecco che ci ritroviamo a parlare del Bahrain e dell'intervento di pochi giorni fa da parte dell'Arabia Saudita, a sostegno della minoranza sunnita cinta intorno ad un monarca sempre più screditato e contestato. E' un intervento volto alla salvaguardia dello status quo: in questo modo l'Arabia Saudita cerca di tutelare sè stessa dal divampare di ulteriori ed ancor più forti rivolte sciite soprattutto nel sud della penisola arabica. Rivolte che, a quel punto, potrebbero davvero essere tanto irreversibili quanto incontrollabili. E', quello in Bahrain, un intervento deterrente che ricorda più o meno i fraterni aiuti del popolo sovietico ai popoli ungherese e cecoslovacco, aiuti portati sui cingoli di un carro armato.

    E così abbiamo la risposta anche al dilemma giustamente posto da tanti pacifisti: perchè l'intervento in Libia sì e in Bahrain no? Entrambi rispondono alla medesima logica: take control of the oil. Sono due facce della stessa medaglia: da una parte la guerra e dall'altra la pace, sempre e comunque nel nome del dio petrolio. La posta in gioco è evitare la caduta della casa dei Saud in Arabia Saudita: uno shock geopolitico ed energetico probabilmente di gran lunga superiore a quello provocato dalla caduta della dinastia dei Pahlavi in Iran, nel 1979.

    giovedì 24 marzo 2011

    La Libia e l'Europa: tra trattative e rischi di "somalizzazione", riappare lo spettro della guerra di Spagna

    E' la Libia, ma potrebbe essere la Somalia o il Caucaso: e se qualcuno lavorasse per l'instabilità?

    Sono notizie di queste ore: Gheddafi avrebbe mandato due suoi emissari (nientemeno che due suoi cugini, quindi persone di strettissima fiducia essendo provenienti dalla qabila dei Gheddadfah) negli Stati Uniti a trattare con l'amministrazione Obama e due suoi ex primi ministri a Bengasi a svolgere un'analoga operazione coi ribelli. A dire il vero di trattative se ne sente discutere ormai da almeno tre settimane e non mi sembra che, fino ad ora, abbiano raggiunto particolari risultati (anche perchè, al potere della diplomazia, s'è rapidamente preferito e quindi sostituito quello delle armi).

    Ma questo non è un buon motivo per evitare di analizzare la costante tendenza, fra i due fronti, a cercare in una mediazione sotterranea una soluzione con cui evitare una prosecuzione della guerra che risulterebbe sterile e dannosa per ambo le parti. Perchè se è vero che Gheddafi, dal punto di vista bellico, è decisamente ai ferri corti, è altrettanto vero che anche la cosiddetta coalizione dei volenterosi non se la sta passando proprio bene. Innanzitutto il protrarsi delle attività belliche ne mette sempre più in luce le debolezze intrinseche, sfibrandone le maglie già di per sè deboli. I paesi che la costituiscono hanno obiettivi e posizioni a dir poco divergenti; molti di loro risultano sensibili, in una maniera o nell'altra, alle posizioni dei grandi paesi terzi come la Russia, la Cina e la Germania; e infine anche l'apparato bellico a disposizione (con relativa disponibilità economica) non può certamente considerarsi infinito. Gli Stati Uniti mirano al disimpegno progressivo dalle vicende libiche, considerando tale fronte del tutto secondario a quelli iracheno e afghano dai quali oltretutto mirano a uscire quanto prima possibile. "Internazionalizzare" l'intervento mettendo tutto in mano alla NATO sembrerebbe la soluzione ideale, se non fosse per il fatto che anche la NATO, in questo momento, non se la stia passando proprio bene (guardiamo ai suoi due membri più influenti: la Germania è contraria al conflitto, dal quale consequentemente s'astiene, mentre la Turchia vi partecipa fra mille riserve non escludendo di esercitare anche un certo qual potere ricattatorio). Di fatto anche l'Alleanza Atlantica mai come prima d'oggi è l'emblema della divisione, lacerata fra falchi, colombe e "menefreghisti". Anche la Lega Araba accusa i medesimi sintomi e garantisce all'operazione "Odissea all'Alba" un supporto a dir poco schizofrenico. Sono bastati così cinque giorni per dimostrare che la tanto decantata missione occidentale in Libia altro non è che un tentativo di fare le nozze coi fichi secchi. Ufficialmente nata per stabilire un divieto di sorvolo ai caccia di Gheddafi sulla Cirenaica, in realtà finalizzata ad abbattere il suo regime e rimpiazzarlo con uno fantoccio, la missione di pace coloniale tanto voluta da Sarkozy e da Cameron non può contare su adeguate e sufficienti risorse finanziarie, umane e militari. E, aggiungerei, politiche (dato che il consenso alla guerra, sia in Europa che negli Stati Uniti, sta letteralmente scemando di giorno in giorno).

    Stando al Comando Militare USA Gheddafi avrebbe già perduto tutta la sua aviazione (una ventina di caccia che non hanno neanche fatto in tempo ad alzarsi da terra dato che sono stati bombardati negli hangars) e questo, ragionando strettamente in termini di legge, significherebbe che la missione è compiuta, "accomplished", e la "No Fly Zone" garantita praticamente per sempre. Ma è anche vero che i missili Tomahawk lanciati dalle navi e dai sommergibili americani costano un milione di euro ciascuno, e che pertanto non se ne possono tirare troppi e per troppi giorni di seguito. Inoltre, se è vero che la guerra costa circa 1 miliardo di euro al giorno, si capisce quanto convenga anche agli americani e ai loro alleati terminarla il prima possibile, visto che fra tutti (Stati Uniti, Francia e Inghilterra) fanno a gara a chi ha l'indebitamento peggiore. Dopotutto gli alleati s'aspettavano che Gheddafi cedesse in un attimo e invece, dopo aver resistito all'urto dei ribelli nel primo mese, il Colonnello ha dimostrato di saper reggere più o meno bene anche all'attacco degli euro-americani nella prima settimana di guerra. Le sue truppe continuano a dilagare in tutta la Libia mentre i ribelli, solo a vederle, se la danno a gambe. E, quel che è peggio, continuano a presentarsi sempre nuovi volontari per l'esercito della Jamahiriya.

    E allora è il caso di metterla così: ci sono trattative a cui gli alleati euro-americani danno vieppiù importanza per uscire dall'impasse di una guerra che appare più lunga, difficile e dagli esiti più incerti del previsto; e delle quali anche Gheddafi ha bisogno urgente per evitare di essere costretto ad adottare l'extrema ratio, rappresentata dalla guerriglia permanente e dalla resistenza ad oltranza, sulle orme dell'indimenticato Omar Al Mukhtar. Si può mercanteggiare anche su una fuoriuscita indolore (il famoso "salvacondotto") per Gheddafi e tutto il suo seguito, ma la vera posta in gioco è un'altra: evitare la "somalizzazione" della Libia. Su ciò non si è ancora ben capito a quale gioco stiano giocando certi paesi. Il ritorno sulla scena dell'Egitto come grande potenza regionale; il riaffacciarsi in Libia di una guerriglia fondamentalista rappresentata da elementi jihadisti calati dall'Afghanistan, dall'Iraq e dalla Cecenia; l'ambiguità italiana; l'oltranzismo francese; la Cina e la Russia (senza dimenticarci dell'India) affacciate alla finestra; sono tutti elementi che possono giocare, a seconda del caso e dei punti di vista, tanto a favore quanto a sfavore di Gheddafi o dei ribelli cirenaici, agendo del pari sulla Libia come elementi di pacificazione o come fonti d'instabilità permanente. In questo contesto Gheddafi ha sicuramente ancora delle carte da giocare, e c'è da star certi che farà del suo meglio per confermare il detto secondo cui egli sarebbe sempre in grado di risorgere quando ormai tutti lo danno per morto.

    Di una cosa però possiamo star certi: a qualcuno può convenire una Libia "somalizzata" esattamente quanto ad altri conviene il contrario. Questa è una guerra che risponde a due grandi e vitali esigenze: garantirsi il controllo di un'area strategica e di risorse vitali. Tutto il resto sono chiacchiere da comari. Se volessimo fare un paragone, potremmo citare la guerra di Spagna che, insieme a quella d'Abissinia e all'occupazione giapponese della Manciuria, fu propedeutica alla Seconda Guerra Mondiale. Anche in quel caso un governo legittimamente riconosciuto, quello repubblicano, venne rapidamente disconosciuto dalla comunità internazionale che, o ufficialmente o di fatto, preferì appoggiare o quantomeno non ostacolare i ribelli franchisti. Ribelli che ebbero l'aiuto fondamentale delle potenze dell'Asse mentre l'Inghilterra, col blocco navale, impediva al legittimo governo repubblicano di commerciare con gli unici due paesi ancora realmente disposti a rifornirlo, vale a dire l'Unione Sovietica e il Messico. Sappiamo benissimo come poi è andata a finire. L'Europa di oggi non vede nè svastiche nè fasci lettori appesi alle porte dei palazzi del potere ma appare sempre più divisa (tanto l'UE quanto la NATO sono ormai ridotti a degli ologrammi) mentre riemergono prepotentemente i protezionismi e i nazionalismi, a cominciare proprio dalla Francia e dall'Inghilterra. E il confronto - scontro con le grandi potenze emergenti, Cina e India fra tutte, sempre più affamate d'energia, s'avvicina.

    mercoledì 23 marzo 2011

    La guerra di Libia tra caos e cadaveri eccellenti

    Esattamente un secolo fa, in Libia, un'altra guerra: quella italo - turca. Finita quella, la Libia restò in guerra per altri vent'anni; andrà a finire così anche questa volta?
    A 48 ore e spicci dall'inizio dell'operazione “Odissea all'Alba”, ne possiamo già preconizzare il fallimento. Credo che non sarebbe stato difficile farlo neppure prima ma, dinanzi allo spettacolo raggelante dei 112 missili Tomahawk lanciati sulle coste libiche, contenenti a quanto sembra anche uranio impoverito, l'emozione tendeva a prevalere sulla ragione. Possiamo così analizzare lo stato corrente dei rapporti di forze tra e dentro i vari schieramenti: il regime di Gheddafi, i ribelli e le potenze occidentali.

    A Tripoli la situazione è in bilico fra pezzi grossi con le valigie pronte e un piede già fuori dalla porta (e che si chiedono se sia il caso d'abbandonare subito il Qaid o d'aspettare che il vento torni a soffiare in suo favore, come già sembrava qualche giorno fa: il che induce a restargli fedeli evitando così di fare l'ignobile figuretta dei transfughi), e oltranzisti realmente convinti che sia il caso di sacrificarsi fino alla morte. Ma ci sono anche i famosi “volti umani” del regime sempre pronti a tessere, dietro le quinte, nuove trame con tutti i soggetti possibili e immaginabili (dalle autorità dei nuovi governi tunisino ed egiziano alle cancellerie occidentali, dai ribelli agli alleati africani) e quindi ad inaugurare nuovi scenari che potrebbero anche, nello stupore generale, consentire a Gheddafi e ai paesi della “coalizione dei volenterosi” di trovare un “modus vivendi”. C'è chi parla di un salvacondotto per Gheddafi con tutto il seguito, magari in qualche paese africano alleato dove le proprietà del Qaid non si contano neppure da quante sono; ma c'è anche chi vocifera di un possibile accordo in extremis che porterebbe la Libia ad una soluzione non poi tanto dissimile dall'Iraq del '91 (gli occidentali se ne vanno in cambio di qualche concessione, essendo questa una guerra per il petrolio e non per altro, e il regime si divora i ribelli nell'indifferenza generale).

    Tra i ribelli la fluidità non è certo minore. Innanzitutto la cognizione su cosa essi siano è ancora molto nebulosa. Ci sono dei giovani ribellatisi al regime, sì, ma anche elementi guidati da consiglieri militari stranieri (l'Inghilterra ha ammesso di essere presente coi propri uomini a Bengasi da un mese, ma poi ci sono anche francesi e statunitensi), traffici di armi provenienti dall'Egitto, ed elementi jihadisti venuti dall'Afghanistan, dalla Cecenia e dall'Iraq ai quali se ne stanno aggiungendo continuamente di nuovi. Politicamente parlando sono a dir poco eterogenei: c'è dentro tutto e il contrario di tutto, forze laiche e fondamentaliste, autoctone e non. Non dimentichiamoci, infine, degli elementi che hanno abbandonato il regime di Gheddafi, a cominciare da un paio di ministri, uno dei quali è l'ex ministro degli interni che inizialmente aveva guidato la repressione proprio contro quei ribelli! Insomma, sembra l'Italia di Badoglio.

    Quanto alla famosa “coalizione dei volenterosi” (un nome che fa pensare ai “capitani coraggiosi” e alla “cordata di volenterosi” di colaninniana memoria) le divisioni sono sia fra i paesi che la compongono sia al loro interno. Prendiamo per esempio gli Stati Uniti: Obama vorrebbe buttare giù Gheddafi, ma è da un mese che lo dice e ormai non l'ascolta più nessuno. Anche perchè di fatto la gestione della politica estera e quindi militare l'ha assunta in toto e de facto la Clinton, che ha così destituito Obama a causa della sua manifesta incapacità pratica (il ragazzo è tutta teoria e niente sostanza). Il resto dell'amministrazione USA dice che è meglio tenersi Gheddafi, perchè dopo di lui chissà cosa potrebbe arrivare. Insomma, il rischio che gli americani si comportino come fecero nel '91, quando buttarono Saddam fuori dal Kuwait senza però andare a Baghdad, è tutt'altro che peregrino. D'altronde, vista l'esperienza irachena (del 2003) e l'attuale sforzo bellico concentrato su due fronti (Afghanistan e Iraq, per l'appunto), l'ultima cosa che vorrebbero fare è di ripetere l'errore e d'impantanarsi in un terzo fronte per il quale oltretutto mancherebbero gli uomini e i mezzi. Non la pensano così i francesi, che in Iraq non hanno mandato un solo soldato, e che pertanto avrebbero l'esercito pronto all'uso per invadere la Libia. Ma anche loro si rendono conto di quanti rischi ci sarebbero ad invadere un territorio che, per due terzi, è ancora schierato con Gheddafi e dove un'invasione occidentale sarebbe vista come un invito alla Jihad per tutti i veterani che si sono fatti le guerre di Cecenia, Afghanistan e Iraq (e sono tanti). La Norvegia s'è ritirata, l'Inghilterra comincia a pensare d'aver fatto il passo più lungo della gamba, l'Italia si guarda in giro e riacquista fiducia in sé stessa dopo aver ascoltato i distinguo e le condanne di Pechino, Mosca e Berlino, la Turchia insieme alla Lega Araba vuole evitare precedenti (cosa succede se domani le bombardano la Siria?).

    Alla fine, per far contenti tutti, s'è tirato fuori un nome ormai caro a tutti ma sempre più svuotato di significato: la Nato. Per carità, questa guerra partita con l'iniziativa di Francia e Inghilterra, al punto da mettere gli stessi Stati Uniti quasi dinanzi a un fatto compiuto, ha ufficializzato proprio la morte della Nato e dell'Unione Europea allo stesso tempo. In entrambi i casi è mancata un'iniziativa comune e la capacità di parlare con una voce sola. L'Europa esce dalla Nato e riduce la sua Unione a una sola unità monetaria e doganale a maglie peraltro allargate e si tuffa nell'era multipolare senza riuscire però ad elaborare un sistema militare di difesa (ed eventualmente di offesa) comune. Una volta si parlava della Ced, ma anche quella morì sul nascere. 

    Già sovraccarica ed in crisi per l'occupazione dell'Afghanistan, la Nato ha patito gli stessi errori che hanno caratterizzato l'Unione Europea: espansione illimitata fatta più su ragioni di convenienza ed opportunità politica che militari (e nel caso dell'Unione Europea, economiche). L'allargamento indiscriminato ai paesi dell'Est ha trasformato tanto la Nato quanto l'UE in giganteschi pachidermi con strutture burocratiche e politiche malate d'elefantiasi. Il risultato è che non riescono più a prendere decisioni, perchè se alla Commissione Europea ci si spacca sulla lunghezza dei baccelli alla Nato invece ci si divide sulla russofobia dei lituani o dei polacchi. Per farla breve: davanti alle coste libiche le navi occidentali useranno le bandiere della Nato, ma di fatto la Nato non ci sarà. Tre quarti dei paesi che la compongono non partecipano e non s'interessano a questa vicenda, o addirittura sono contrari. E' un po' come il caso di quell'industriale che usa il marchio della Lambretta per vendere degli scooter fatti in Cina. Basta quell'etichetta a fare una vera Lambretta?

    lunedì 21 marzo 2011

    Tra Tripoli e Bengasi. Quello che gli occidentali non dicono


    Quello che gli Occidentali non dicono


    di Filippo Bovo  
    Parto subito con una doverosa premessa: questo è un articolo scritto fuori dai denti da una persona che non ritiene d’avere la verità in tasca e basato solo su dei semplici dati di fatto che esistono e di cui dobbiamo prendere atto indipendentemente dal fatto che ci piacciano o meno.
    Non ho mai creduto agli interventi umanitari e alle guerre giuste e, d’altronde, anche coloro che tuttora vi credono forse farebbero bene a cominciare ad avvertire qualche dubbio se è vero che in Afghanistan, tanto per fare un esempio, le vittime civili oggi sono il doppio di dieci anni fa e in Kosovo i Serbi, a seguito di una polizia etnica al contrario, sono calati dagli iniziali 360mila a meno di 60mila unità. Non vedo dunque il motivo per cui in Libia, magicamente, tutto dovrebbe andare bene quando fino ad oggi nel resto del mondo le guerre umanitarie hanno solo contraddetto, coi loro infausti esiti, l’aggettivo con cui vengono chiamate.
    Sappiamo tutti quanti più o meno bene cos’è successo in Libia nell’ultimo mese, a partire dal 15 febbraio. Dapprima una protesta in Cirenaica soffocata nel sangue; quindi i cecchini del regime che sparano sulla folla presente al funerale, provocando un unanime sdegno popolare che è alla base della sollevazione di tutta la regione orientale contro le autorità della Jamahiriyya [il regime politico in vigore nel paese]. Proprio quest’ultimo fatto ha destato i miei sospetti, portandomi a pensare all’azione di elementi deviati che agissero allo scopo di provocare un’insurrezione contro il regime. In fondo si tratterebbe di un copione già visto con la rivolta di Timisoara del 16 e 17 dicembre 1989, che provocò la caduta di Ceausescu in Romania. All’epoca finti agenti della Securitate spararono contro gli ungheresi e i romeni e si parlò di 4000 morti; salvo poi scoprire che tale bilancio era una bufala perchè i “rivoluzionari” andavano a prelevare i cadaveri dai cimiteri e dagli obitori delle città vicine per spacciarli come vittime della repressione. Si trattò del primo caso di “rivoluzione mediatica” e pare che anche la Libia corra sulla stessa scia, con foto di cimiteri spacciati per fosse comuni e bombardamenti contro i manifestanti in piazza smentiti poi dalle riprese satellitari. Allora come oggi i media, più che da informatori, fanno da agitatori politici con Al Jazeera in testa.
    Non importa. Conta solo il fatto che, a partire dal 17 febbraio, in pochi giorni la Cirenaica è finita quasi tutta sotto il controllo dei ribelli, i quali sfoggiavano migliaia di bandiere senussite cucite per l’occasione (da dove venivano tutte quelle bandiere? Chi le aveva cucite? Siamo sicuri che non fossero già pronte da qualche giorno? Il che mi porterebbe a rafforzare l’ipotesi che le sparatorie dei cecchini contro il funerale facessero anche loro parte del “piano insurrezionale”) e armi non soltanto provenienti dai depositi dell’esercito libico ma anche di provenienza americana, giunte attraverso il confine egiziano. Gli esperti di strategia militare americani, inglesi e francesi sapevano benissimo che il livello d’addestramento ed organizzazione dei ribelli non sarebbe stato tale da consentir loro di resistere ad una controffensiva da parte del regime. Hanno dunque aspettato che i ribelli arrivassero fino a Tripoli, a poche centinaia di metri dal quartier generale di Gheddafi a Bab Al Aziziya, ben sapendo che quando il regime avrebbe avuto abbastanza mercenari e volontari per respingerli essi si sarebbero ritrovati letteralmente nella merda. A quel punto i ribelli, che fino ad allora avevano chiesto solo aiuti militari e coperture politico-diplomatiche dall’esterno, sarebbero stati costretti ad accettare l’intervento straniero divenendo così burattini nelle mani di Obama, Cameron e Sarkozy.
    Sappiamo benissimo che se Sarkozy appoggia i ribelli di Bengasi non lo fa certamente per umanitarismo, dal momento che il 14 gennaio scorso stava per mandare un contingente in aiuto al traballante Ben Alì (non in aiuto ai tunisini in rivolta, ma al regime in agonia: avete capito benissimo. E questo semplicemente perchè Ben Alì garantiva gli interessi francesi in Tunisia, alla faccia dei diritti umani). Sappiamo benissimo che se gli Stati Uniti lanciano contro Tripoli, Zuwarah, Bengasi e Misurata 112 missili Tomahawk dal valore di 1 milione di dollari ciascuno (112 milioni di dollari bruciati in poche ore) non è di sicuro per beneficenza, e non soltanto perché tra gli obiettivi colpiti c’è pure un ospedale. Alla coalizione franco-anglo-americana la guerra di Libia costa 2 miliardi di dollari al giorno e solo un povero ingenuo potrebbe davvero credere che si spenda tutto quel denaro solo in nome della bontà umana (anche perchè, di bontà e umanitarismo, ne avrebbero molto bisogno anche i cittadini dello Yemen, del Bahrain, della Mauritania, della Costa d’Avorio, del Gabon, ecc). In realtà tale spesa è un investimento in vista di un grande ricavo rappresentato dal petrolio libico e dalla possibilità d’impiantare in tale paese, a 41 anni dalla loro chiusura, nuove basi militari. Inoltre satellizzare la Libia significa anche sbarazzarsi di un pericoloso concorrente che da un ventennio buono contende il controllo dell’Africa Nera proprio agli Stati Uniti e alle vecchie potenze coloniali Francia e Inghilterra. I ricchissimi giacimenti petroliferi del Ciad, recentemente scoperti, le risorse della Sierra Leone, lo Zimbabwe, la Nigeria, il Mali, non dicono proprio niente a nessuno?
    Dunque, riassumendo: la Libia diventerà un protettorato franco-anglo-americano in cui i ribelli agiranno da tipici governanti da repubblica delle banane (vale a dire i passacarte di ordini e volontà altrui), un po’ come nella Cuba o nella Repubblica Dominicana “liberate” dai marines un secolo fa; da essa partirà la penetrazione euro-americana in tutta l’Africa Nera, finalizzata alla contesa delle sue risorse alle grandi potenze emergenti quali Cina e India; e gli europei dormiranno sonni tranquilli, convinti che si sia trattata di una guerra tanto giusta quanto doverosa ed inevitabile. Occhio, però, perché anche noi italiani pagheremo la nostra parte. I fondi sovrani libici sono stati sequestrati da Stati Uniti, Francia e Inghilterra e quindi anche gli investimenti libici nella nostra economia rischiano di finire nelle mani delle “Tre Sorelle”. L’ENI corre il rischio di venir soppiantata dalle società petrolifere francesi, inglesi e americane e lo stesso vale per tutte le altre imprese italiane operanti in Libia. Anche il nostro export potrebbe subire duri colpi. Proprio tali fatti spiegano la sudditanza dell’Italia, che a Francia, Inghilterra e Stati Uniti mette a disposizione le basi militari, lo spazio aereo e anche gli aeroplani. E’ un modo disperato per farsi concedere qualche briciola, dopo essere stati costretti a salire sul carro del vincitore troppo tardi come nella migliore tradizione sabauda.