giovedì 17 dicembre 2009

Ricominciano gli attacchi neocolonialisti all'Eritrea

Sembrano non conoscere mai fine gli attacchi all'Eritrea, la cui principale colpa è evidentemente quella di voler difendere e perseguire a tutti i costi la propria libertà ed indipendenza dalle grandi potenze mondiali così come dai loro alleati locali, Etiopia in primis. E' una storia vecchia, alla quale siamo ormai abituati da almeno 50 anni, allorchè iniziarono i primi movimenti delle truppe indipendentiste eritree che volevano la liberazione della loro terra al tempo occupata ed annessa dal regime negussita etiopico. La guerriglia di liberazione eritrea, per il solo fatto di reclamare un'indipendenza che tanti altri popoli africani avevano chiesto ed ottenuto, veniva vista dagli alleati dell'Etiopia come una spina nel fianco di quest'ultima. Gli alleati dell'Etiopia di allora, esattamente come oggi, erano gli Stati Uniti e le principali potenze europee, dall'Inghilterra all'Italia.
Poi il regime millenario del Negus cadde e lo sostituì il Derg, guidato da Menghistu. Inizialmente sembrava che dovessero ribaltarsi le parti: l'Etiopia, entrata nell'orbita dell'Unione Sovietica, non poteva più essere amica degli americani e degli inglesi. Quest'ultimi avrebbero dovuto appoggiare, semmai, gli eritrei. Così, invece, non fu: gli occidentali preferirono puntare sul somalo Siad Barre e così tra Etiopia e Somalia divampò una nuova ed inutile guerra africana tipicamente postcoloniale e neocolonialista. Gli eritrei rimasero soli, come lo erano sempre stati e come continuano ad esserlo tuttora. E il regime comunista di Menghistu, per continuare a reprimerli, usufrì persino dell'aiuto di Israele: perchè il "grande gioco" delle alleanze, in terra d'Africa e soprattutto fra gli altipiani e i deserti etiopico-somalo-eritrei, ha sempre conosciuto più eccezioni che regole.
La storia non cambiò neppure quando Menghistu cadde sconfitto dall'azione coordinata della guerriglia etiopica ed eritrea alleatesi contro il comune nemico; Zenawi, divenuto il nuovo capo di Addis Abeba, iniziò subito a temporeggiare e a rimangiarsi la parola data, dimostrando che sull'indipendenza dell'Eritrea stava cominciando a vederla esattamente come il suo tanto odiato predecessore. In cinque anni, dalla proclamazione dell'indipendenza eritrea avvenuta nel '93 alla guerra fra i due paesi scoppiata nel '98, la vecchia alleanza venne seppellita dalle solite incomprensioni di chi non voleva rassegnarsi a perdere l'antico ruolo di dominatore e usurpatore di terre altrui. E così, dopo essersi sudati la libertà con una guerra durata trent'anni, gli eritrei dovettero anche difendersela con un nuovo scontro che lasciò sul campo decine di migliaia di giovani da ambo le parti e di cui tuttora non s'intravedono rapide e chiare vie d'uscita. Dal 2000 ad oggi l'Eritrea, nonostante la proclamazione del cessate il fuoco e le trattative per la pace, continua ad essere in parte occupata e militarmente minacciata dalle forze armate etiopiche. E' un'immensa spesa in termini di risorse umane ed economiche che dissangua entrambi i paesi, i quali invece dovrebbero vivere in un più fruttuoso e conveniente clima di pace e rispetto reciproco.
E' l'Eritrea che sostiene lo sforzo maggiore di questa continua tensione militare: l'Etiopia ha una popolazione di 77 milioni di abitanti contro i 4 del paese vicino. Ciò comporta, per l'Eritrea, la necessità irrinunciabile ed ineluttabile di imporre ai propri giovani una leva militare prolungata, la cui durata può essere anche di anni con tutti i rischi del caso in termini di vita e di ferite. E' una situazione psicologicamente difficile, se non impossibile, da sostenere. Solo l'esempio dei padri e dei nonni, che combatterono ininterrottamente per più di trent'anni, riesce ad incoraggiare buona parte dei giovani eritrei motivandoli a continuare e a sforzarsi per il proprio paese. Ma non tutti, e ciò è umano, ci riescono.
Ed ecco allora il caso della squadra di calcio della Nazionale Eritrea, che è scappata in Kenya approfittando di una partita all'estero. Non è la prima volta che ciò succede: in passato anche l'Etiopia ha visto scappare in Italia i propri calciatori migliori, che vennero prontamente assoldati dal Perugia allora gestito da Gaucci. Il motivo di queste fughe è molto semplice. Ogni giorno giungono sulle coste italiane, a bordo dei barconi, un sacco di profughi somali, sudanesi, eritrei ed etiopici: nei loro paesi non appartengono al cosiddetto proletariato, ma al contrario a famiglie bene che hanno potuto pagare i 1000 o addirittura 2000 euro necessari per il viaggio. Chi è veramente povero, in Africa, non può nemmeno permettersi d'emigrare. I calciatori sono, rispetto a costoro, dei privilegiati, esattamente come lo sono i nostri in confronto al resto della popolazione. Infatti i calciatori non hanno le necessità di pagarsi un viaggio come clandestini: a loro basta più semplicemente aspettare che vi sia una partita da giocare all'estero. Prendono l'aereo e una volta giunti a destinazione, oppure quando l'apparecchio fa scalo da qualche parte, si dichiarano rifugiati e chiedono l'asilo politico. Per gli standard africani, e non solo, si tratta di un'emigrazione di lusso.
I giovani calciatori eritrei, al pari dei loro colleghi etiopici di qualche anno fa, scappano dalla guerra. Perchè, contrariamente ai loro colleghi italiani ed europei, una volta che hanno terminato la partita devono rimettersi l'elmetto e partire di nuovo per la guerra. La ferma militare a tempo indeterminato, tale da durare anche per anni, in Eritrea c'è per tutti: donne e uomini, ricchi e poveri. Non si fanno sconti ai calciatori e maggiorazioni di prezzo ai pastori. E così il pastore, se ce la fa, vende le pecore e scappa su un camion che lo conduce, attraverso il deserto, fino alle coste libiche dove un gommone lo condurrà a Lampedusa. Il calciatore invece prende l'aereo. Sono due storie molto diverse, ma entrambe riconducibili alla medesima matrice.
L'Africa, a causa della guerra, sta perdendo molti dei suoi figli. Tanti muoiono sul campo, altri scappano. Perchè è umano scappare di fronte alla guerra. Non è invece umano strumentalizzare tali vicende, come sta avvenendo in Europa e non solo, per attaccare politicamente i paesi che ci sono più sgraditi a favore di quelli che invece recitano la parte dei nostri beniamini. Questo significa ballare e speculare sulla vita e la morte di milioni di persone. Una carognata decisamente di pessimo gusto, degna del peggior razzismo dalla pelle bianca.

4 commenti:

  1. Filippo, non posso fare a meno di riservarti i miei più sinceri complimenti: bravissimo!
    Colgo l'occcasione per informare che il servizio militare in Eritrea, dal mese scorso, è stato limitato per legge a diciotto mesi.
    Rinnovo i complimenti e porgo infinite cordialità.
    Walter Castaldo

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  2. Caro Walter, ti ringrazio per i complimenti e la preziosa precisazione che mi hai fornito riguardo la recente introduzione della limitazione della leva a 18 mesi.
    Sentitissimi auguri anche da parte mia.
    Ciao, Filippo

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  3. Caro Filippo, sono sempre meno le persone che cercano di analizzare la realta' senza adagiarsi nel consolante abbraccio dei luoghi comuni. Bravo.

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  4. Grazie per le gentili parole, temrusyyeh. Ho visto il tuo blog e mi è piaciuto moltissimo.
    Ciao, Filippo

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