giovedì 4 febbraio 2010

La Russia, la Cina e l'Iran... Come gli Stati Uniti rimasero (e rimarranno ancora) con un palmo di naso

Nel mio precedente articolo "Berlusconi amico d'Israele e nemico dell'Iran? Qui Francia e Russia ci covano..." ho sottolineato come il cambiamento della geoeconomia in ambito mediorientale abbia portato a sostanziosi e sostanziali mutamenti degli equilibri fra molti paesi fino ad oggi ritenuti tipicamente filoatlantici ed altri che invece erano tradizionalmente annoverati nell'ambito degli "Stati canaglia" o quasi. Ho fatto notare come l'Iran sia oggi in una fase di grande trasformazione del suo ruolo regionale ed internazionale, con la ferrea volontà di non giocare più soltanto la parte dello Stato paria e men che meno dell'alleato minore sotto tutela del gigante di turno, si tratti degli Stati Uniti (com'è avvenuto fino al '79) o della Russia e della Cina (come invece avviene oggi). Proprio della Cina, e dell'importante peso che vanta in tutta questa storia, ho evitato di parlare dal momento che l'articolo si basava soprattutto sui rapporti fra Russia ed Europa, con le automatiche ricadute turche, israeliane ed iraniane del caso. Allargare il discorso alla Cina, che in tale contesto merita decisamente una trattazione a parte, avrebbe significato raddoppiare la lunghezza di un intervento già di per sè fin troppo prolisso.
Come già avevo accennato nel mio articolo precedente, fin dall'inizio del Secolo Ventunesimo Cina e Russia operano in una sorta d'alleanza tacita per il controllo dell'Asia Centrale il cui obiettivo primario è l'esclusione di ogni altro concorrente. Il principale avversario è rappresentato dagli Stati Uniti, che hanno nell'Inghilterra il principale alleato di ogni loro avventura mediorientale e nei paesi NATO i soci minori dell'impresa. Parlo di "soci minori" perchè la loro influenza nell'ambito dell'Alleanza Atlantica così come il loro grado di affidabilità agli occhi di Washington sono ampiamente al di sotto rispetto a Londra. Paesi come la Francia e la Germania economicamente, politicamente e militarmente parlando potrebbero tranquillamente competere e surclassare l'Inghilterra se non fosse che, per la loro posizione continentale nell'ambito europeo, tendono molto di più a gravare verso l'Est Europeo e la Russia. E' ad Est che da sempre esse cercano l'energia con cui poter muovere le proprie economie e la ricerca di rapporti di buon vicinato col gigante russo è una caratteristica che le ha contraddistinte, salvo raro casi, sia ai tempi dello zarismo che del regime sovietico. La Francia, poi, in virtù della sua duplice natura di paese continentale e mediterraneo è da sempre portata a tenere un occhio aperto verso il Medio Oriente manifestando nei suoi confronti un'attenzione, un rispetto ed una comprensione solitamente maggiori rispetto alla politica britannica. L'Italia, infine, come potenza mediterranea per eccellenza, vede nel Mediterraneo Orientale, nel Nord Africa, nel Medio Oriente e nei Balcani (e pertanto, in modo indiretto, anche nella Russia) i suoi interlocutori storici e fondamentali. E' stato facendo perno su queste loro necessità e debolezze che la Russia, di concerto con gli Stati centroasiatici ad essa tradizionalmente legati, ha potuto legarli a sè proponendo una serie d'importanti affari in campo energetico. Grazie a questi affari, Francia, Italia e Germania (a cui è doveroso aggiungere anche la Turchia) non hanno più avuto alcuna ragione per partecipare alla corsa americana all'oro blu e all'oro nero nelle steppe dell'Asia Centrale. Continuano a parteciparvi come "zavorre della coalizione" ma non senza avervi niente di particolare da guadagnare: perchè ciò a cui aspiravano, l'energia, è già stato assicurato loro in modo pacifico con la sperimentazione di nuovi equilibri diplomatici basati sul crescente legame con la Federazione Russa. In ultima analisi potremmo dire che l'ambizione statunitense d'insinuarsi nell'Asia Centrale ex sovietica approfittando delle debolezze in campo geostrategico della Russia postcomunista si sia rivelata come un boomerang. La Russia ha reagito recuperando le proprie forze, anche perchè la militarizzazione di alcune zone del Medio Oriente e dell'Asia Centrale ha risvegliato la corsa ai prezzi dell'energia, ed è passata alla controffensiva abbracciando a sè gli Stati pilastro dell'Unione Europea. Il risultato è che la NATO, ancor prima dell'Unione Europea, è stata frammentata fra l'asse USA - Inghilterra e quello dei paesi continentali sempre più vicini alla Russia e ai suoi alleati del cartello del gas. Oggi come oggi la NATO è impantanata ed il ruolo guida in essa svolto dagli Stati Uniti è realmente riconosciuto solo dall'Inghilterra e da una parte degli ex membri del Patto di Varsavia.
Non bastasse questo, l'infiltrazione statunitense in Asia Centrale ha provocato nella Cina Popolare la fine di una fiducia riposta in Washington fin dal '71, allorchè i cinesi, assai meno forti di oggi, vedevano nel sostegno esterno americano in chiave antisovietica un ottimo puntello per frenare l'espansionismo dell'URSS contro i suoi confini. Non dimentichiamoci del terrore che provarono i dirigenti cinesi all'indomani dell'invasione sovietica dell'Afghanistan e delle rassicurazioni che ottennero dagli Stati Uniti; e non scordiamoci neppure della loro collaborazione nel sostenere il Pakistan in Afghanistan ed in India (tradizionale alleata di Mosca) contro i sovietici. L'ingresso degli Stati Uniti in Asia Centrale per i cinesi ha rappresentato la fine di un'alleanza trentennale: in quel momento essi si sono resi conto che a Washington miravano ad impossessarsi delle risorse energetiche con le quali avrebbero potuto controllare in forma indiretta (ma determinante) il futuro economico di Pechino e non solo. La reazione s'è basata su due strategie parallele e complementari: da una parte, con molto pragmatismo, recuperare un dialogo con la Russia dal momento che essa non era più il pericoloso nemico di un tempo; dall'altra, individuare vie alternative al provvigionamento d'energia cominciando dall'Africa (ma senza trascurare anche altre aree dell'Asia). Ciò ha condotto la Cina ad uno scontro diretto con gli Stati Uniti su questioni come l'Iran, il Sudan, lo Zimbabwe, la Birmania e via dicendo; ma soprattutto ha determinato la riesumazione di un'insolita alleanza fra Mosca e Pechino che nei peggiori incubi americani sembrava archiviata con la frattura ideologica fra Mao e Kruscev del '61. Russia e Cina hanno iniziato a collaborare nella riconquista degli spazi un tempo esclusivamente sovietici dell'Asia Centrale, arrivando persino a ricondurre all'ovile quello che sembrava l'osso più duro di tutta la CSI, ovvero il Turkmenistan. Con pragmatismo la Cina collabora con la Federazione Russa nella "cogestione" dell'Asia Centrale e con altrettanto pragmatismo Mosca si fa aiutare da Pechino nel ristabilire la propria autorità sul settore meridionale della CSI, consapevole che da sola contro cinesi ed americani non potrebbe farlo o quantomeno non in tempi brevi.
L'Iran, in tutta questo "grande gioco", s'è dimostrato fin da subito un alleato importante. Grazie a Teheran l'asse Russia - Cina può garantirsi uno sbocco verso l'Oceano Indiano alternativo ad un Pakistan inaffidabile che per gli Stati Uniti continua a rimanere in tutta l'area l'unica soluzione disponibile per assicurarsi il medesimo obiettivo. Portare le risorse energetiche dell'Asia Centrale verso l'Oceano Indiano e da lì in tutto il mondo (non solo in Cina, ma anche in India e in Europa) oggi come oggi è cosa assai più facile per russi e cinesi di quanto non lo sia per gli statunitensi e gli inglesi. Non bastasse ciò, con l'Iran russi e cinesi si sono garantiti il controllo di una potenza di riferimento per gli sciiti, un gruppo religioso che da anni conosce una crescente affermazione in Iraq, in Libano, in Pakistan e nell'area del Golfo Persico. Infine, il che non guasta, si sono assicurati un mercato importante e tale da giocare, con la propria crescita, un ruolo di primo piano in tutto il Medio Oriente. Per la Russia, poi, vi è un ulteriore vantaggio: l'alleanza con l'Iran, al momento attuale uno dei principali produttori di petrolio e soprattutto di metano, le consente di realizzare un cartello del gas che, con l'appoggio del Qatar ed il sostegno di altri importanti paesi estrattori come Libia ed Algeria, è in grado d'influenzare l'intero mercato mondiale del cosiddetto "oro blu". Per gli americani e i loro alleati suona come un vero e proprio "prendi e porta a casa".
L'alleanza con l'Iran, comunque, non è tutta rose e fiori. Come abbiamo già visto nell'articolo precedente, Teheran non ci sta a giocare il ruolo del partner di serie B all'interno di un'alleanza dominata da Russia e Cina. Già Mosca e Pechino cercano garbatamente di discutere su quale delle due debba considerarsi la vera numero del sodalizio; l'ammettere Teheran come alleata alla pari non farebbe altro che comportare nuovi ed ulteriori problemi, poichè i due titani si troverebbero praticamente vincolati dalle decisioni di quello che per loro è, anche logicamente, un nano politico utile ai loro disegni. L'Iran, come abbiamo detto, aspira alla leadership nel Medio Oriente e vuole che tale status le sia riconosciuto non soltanto dai nemici ma, a maggior ragione, proprio dagli amici. Su ciò la Russia, che non vuole rivali mentre riedifica il suo ruolo di regina del mondo orientale, non accetta proprio obiezioni. Un Iran troppo ringalluzzito sarebbe soltanto un secondo gallo nel pollaio dell'Asia Centrale: e quest'ultima è roba di Mosca, non di Teheran. Per la Cina, invece, l'argomento può essere discusso. Ai cinesi può far comodo una media potenza regionale come l'Iran da porre come spina nel fianco dei russi nell'Asia Centrale ex sovietica; dopotutto è ciò che fecero, per anni, quando appoggiarono il Pakistan. E del resto i russi hanno sempre ricambiato, sostenendo in funzione anticinese (e oggi intervenendo come mediatori fra i due paesi) l'India. Negli ultimi tempi s'è così sviluppata un'attenzione crescente della Cina nei confronti dell'Iran, al quale ha dato crediti e sostegni vieppiù importanti a mano a mano che anche le risorse energetiche iraniane prendevano la via di Pechino. Oggi la Russia medita di attenuare (non di cessare, si noti bene) la propria sponsorizzazione dell'Iran per rafforzare i suoi nuovi e al momento più importanti rapporti con l'Europa Occidentale. La Cina, che non ha tali problemi o priorità, sarebbe pertanto ben disposta a prendere il posto della Russia come alleato di riferimento per Teheran. Anche a costo di dare un ulteriore giro di vita alla sua sfida contro gli Stati Uniti, dal momento che sa di aver assai valide carte da giocare con Washington: prima fra tutte, il suo ruolo di creditrice numero uno del tesoro americano. I cinesi non avranno problemi a sostenere il governo degli Ayatollah contro gli americani e i loro alleati; e ad un certo punto, per non farsi soffiare tutta la torta iraniana, anche la Russia si riavvicinerà al nuovo asse Pechino - Teheran dal quale, d'altra parte, non è mai uscita e men che meno intende uscire.

2 commenti:

  1. Bell'articolo. Sullo stesso tema consiglio anche questo:
    http://www.eurasia-rivista.org/3592/iran-e-russia-amici-o-rivali

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  2. Grazie per il link: Eurasia è una rivista di geopolitica che vado sempre a leggere con molto interesse.

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