| Piazza della Perla, a Manama, nel Bahrain, nel pieno degli scontri antigovernativi. |
Cosa sta succedendo in Medio Oriente? Se alcuni si pongono questa domanda in modo piuttosto concitato, altri invece tendono a voltare la testa dall'altra parte e a darsi delle risposte a dir poco superficiali. Non si può liquidare questo problema in quattro battute, poichè siamo incontestabilmente dinanzi ad un cambiamento geopolitico di portata epocale. Infatti, se la caduta di Ben Alì nella piccola Tunisia tutto sommato poteva essere giudicata come un fenomeno limitato e possibilmente circoscrivibile solo a quel paese (e quindi facilmente riassorbibile dal Medio Oriente composto di regimi dittatoriali e monarchie assolute tutti a solida base oligarchica e plutocratica), l'effetto domino che ne è scaturito appare invece come qualcosa di ben diverso ed assai più pericoloso per lo status quo del dar al Islam, il Mondo Arabo.
Il vero salto di qualità si è avuto quando, a pochi giorni dall'inzio della rivoluzione tunisina, a fremere è stato l'Egitto. Dopo una contestazione durata 18 giorni e che ha lasciato sul campo almeno 300 morti, anche Mubarak è stato costretto a gettare la spugna. In entrambi i casi, tanto in Tunisia quanto in Egitto, a facilitare la caduta di queste longeve autocrazie sono state le divisioni provocate al loro interno dalla guerra per la successione ai vecchi raìs ormai sul viale del tramonto (75 anni Ben Alì, 82 Mubarak). Di Ben Alì si sapeva che, a causa delle sue sempre più precarie condizioni di salute, non si sarebbe più ricandidato ancor prima dell'inizio della rivoluzione; quanto a Mubarak, l'ipotesi che a settembre dovesse cedere il passo al figlio Gamal appariva sempre più probabile (sebbene fosse top secret in Egitto, era comunque noto il fatto che l'anziano raìs avesse i giorni contati per via di un tumore al pancreas).
Naturalmente la caduta di Ben Alì e di Mubarak non dipende solo da questo. I due paesi erano (e sono) sull'orlo del baratro, economicamente parlando. La crisi globale ha colpito l'Occidente riducendo le rimesse degli emigranti, molti dei quali hanno perso il lavoro rientrando in patria e contribuendo, oltretutto, a diffondere idee nuove. Inoltre anche il settore del turismo, fortemente orientato proprio verso gli occidentali, aveva subito non pochi contraccolpi. Se a ciò aggiungiamo le caratteristiche claniche di tali regimi, il nepotismo e la corruzione che li contraddistinguevano a tutti i livelli e l'autoritarismo usato come palliativo all'incapacità di produrre consenso, ci rendiamo conto di come le autocrazie mediorientali non potessero che finire così.
Un ruolo importante, poi, è stato tenuto da emittenti giovani ed indipendenti come Al Jazeera e Al Arabiya che hanno squarciato il muro della censura e della disinformazione costruito e sorretto dalle noiosissime televisioni di Stato. E che, a rivoluzione iniziata, hanno svolto più un ruolo da agitatori che da informatori, insieme ai tanto elogiati ma forse anche sopravvalutati Facebook e Twitter.
Sta di fatto che, con la fine di Ben Alì in Tunisia e di Mubarak in Egitto, con l'insurrezione contro Gheddafi in Libia e con i disordini nello Yemen, in Giordania, in Algeria, in Siria, in Iran, in Iraq, in Bahrain, nell'Oman e in Marocco, gli equilibri mediorientali, fino ad oggi fin troppo cristallizzati, sono diventati nel volgere di pochi giorni liquidi come mai c'erano sembrati in passato. Viene meno la cintura di regimi più o meno "amici" delle potenze occidentali, di Israele e soprattutto dell'Arabia Saudita. Al contempo avanza il fronte degli sciiti. Sono gli sciiti a ribellarsi al sovrano sunnita nel Bahrain e a fremere nell'Oman come nello Yemen, nel Qatar come in Arabia Saudita. Hezbollah guadagna il governo nel Libano mentre l'Iran guadagna posizioni in tutto il Golfo Persico e il Medio Oriente. Quindi siamo di fronte ad una formidabile avanzata geopolitica dell'Iran e dei suoi alleati (la Turchia "neo ottomana", la Siria governata dalla setta alauita vicina agli sciiti, e infine il Qatar che soprattutto con i media alla Al Jazeera offre un supporto mediatico alla lotta contro i regimi "moderati" del Mondo Arabo sunnita).
E qui viene il bello. Spiazzati dalle insurrezioni che hanno liquidato in poche settimane due loro regimi amici, strategici per ogni loro politica mediorientale, i governi occidentali hanno cominciato a studiare la controffensiva. Pensiamo alla Libia: quantunque malvista dal quartetto Iran - Turchia - Siria - Qatar, essa si poneva comunque come Stato amico degli amici, visti i buoni uffici con Russia e Cina. Sappiamo oggi, a più di un mese dall'inizio dei disordini, che la rivoluzione libica era soprattutto organizzata dall'esterno, con elementi francesi, inglesi ed americani ad offrire supporto e curatela militare ed organizzativa ai ribelli della Cirenaica. E vediamo che oggi avviene la stessa cosa anche in Siria, dove nella città di Daraa, insorta contro l'autorità di Damasco, sono stati ravvisati elementi dell'intelligence israeliana. Si cerca insomma di prendere in contropiede il fenomeno geopolitico attualmente in atto onde impedire che l'avanzata sciita e filoiraniana diventi troppo forte e troppo presto.
I tempi sono ancora decisamente prematuri per preconizzare la possibilità di un intervento occidentale in Siria, volto a debellare il regime di Bashar Al Assad sulla falsariga di quanto sta avvenendo in Libia. Certamente la scomparsa della dittatura del partito Baath a Damasco semplificherebbe di molto le cose agli atterriti occidentali e agli ancor più atterriti israeliani e priverebbe gli iraniani e i turchi di un alleato chiave. Ma il buon senso c'impone di chiederci quanto potrebbero gradire, l'Iran e la Turchia, un intervento contro un paese non soltanto amico ma addirittura ai loro confini. A tacere poi del fatto che i soldi e i mezzi a disposizione per protrarre la politica delle cannoniere, tanto a Parigi quanto a Londra e a Washington, sono sempre meno. E poi non dimentichiamoci che nelle immediate vicinanze si trova anche l'Iraq, oggi non più ostile all'Iran e conseguentemente nemmeno alla Siria. Il grande capolavoro dell'amministrazione Bush è stato quello di aver rimpiazzato un nemico (la dittatura del partito Baath e di Saddam Hussein, antisiriana e antiraniana) con un altro (un governo formalmente moderato, egemonizzato dagli sciiti ma sostanzialmente in buoni rapporti anche con i sunniti già saddamiti) oltretutto legato a doppio filo con gli altri nemici storici della regione. Chiunque dovrebbe chiedersi quali sarebbero le conseguenze, sugli equilibri iracheni, di un intervento in Siria.
Senza poi dimenticare la presenza sciita in Pakistan. Se anche l'Iraq sta tremando sotto i colpi delle proteste partite da Tunisi, analoghi sommoventi si registrano in questi giorni pure ad Islamabad e dintorni. E come spesso avviene, gli occhi sul Pakistan non si soffermano mai, intenti come sono a guardare altrove.
L'insofferenza degli sciiti nel Medio Oriente è figlia del malgoverno contro il quale protestano anche i sunniti, ma con l'aggiunta di un elemento in più: la sottomissione forzata a fragili oligarchie sunnite cui essi sono di fatto da sempre sottoposti praticamente in molti Stati mediorientali e del Golfo Persico. Ecco che ci ritroviamo a parlare del Bahrain e dell'intervento di pochi giorni fa da parte dell'Arabia Saudita, a sostegno della minoranza sunnita cinta intorno ad un monarca sempre più screditato e contestato. E' un intervento volto alla salvaguardia dello status quo: in questo modo l'Arabia Saudita cerca di tutelare sè stessa dal divampare di ulteriori ed ancor più forti rivolte sciite soprattutto nel sud della penisola arabica. Rivolte che, a quel punto, potrebbero davvero essere tanto irreversibili quanto incontrollabili. E', quello in Bahrain, un intervento deterrente che ricorda più o meno i fraterni aiuti del popolo sovietico ai popoli ungherese e cecoslovacco, aiuti portati sui cingoli di un carro armato.
E così abbiamo la risposta anche al dilemma giustamente posto da tanti pacifisti: perchè l'intervento in Libia sì e in Bahrain no? Entrambi rispondono alla medesima logica: take control of the oil. Sono due facce della stessa medaglia: da una parte la guerra e dall'altra la pace, sempre e comunque nel nome del dio petrolio. La posta in gioco è evitare la caduta della casa dei Saud in Arabia Saudita: uno shock geopolitico ed energetico probabilmente di gran lunga superiore a quello provocato dalla caduta della dinastia dei Pahlavi in Iran, nel 1979.
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