sabato 26 marzo 2011

L'Occidente contro la Libia: una resa dei conti fra grandi e piccoli imperialismi

Una delle tante moschee dedicate a Gheddafi nell'Africa Nera: questa è a Kampala, in Uganda.
Una delle tante moschee dedicate a Gheddafi nell'Africa Nera: questa è a Kampala, in Uganda.

Ciò che è avvenuto a partire dai giorni scorsi, col massiccio attacco delle forze occidentali alle milizie del Colonnello Gheddafi, ha assai poco dell'intervento umanitario e molto dell'ingerenza imperialista. E' un dato di fatto su cui anche i più accesi assertori della guerra umanitaria possono fare e dire ben poco. Il petrolio libico fa indubbiamente gola, insieme ad altre risorse di non minore importanza e sulla cui abbondanza fino ad ora ci si è solo attardati in tante speculazioni: ad esempio l'uranio della Cirenaica.

Ma non possiamo nemmeno dimenticare l'acqua del Sahara, che i libici sfruttano già da un ventennio col famoso "Grande Fiume Artificiale", progettato da una società statunitense e realizzato da una sudcoreana, e definito non soltanto dagli arabi ma anche dall'Unesco come "l'ottava meraviglia del mondo". E' assai probabile che nel corso di questo secolo le guerre per il petrolio cederanno il passo a quelle per l'acqua, un bene ancor più vitale e prezioso, la cui disponibilità pro capite nel mondo cala di anno in anno. In Africa si sta già compiendo uno scontro, neanche tanto sotterraneo, per il controllo dell'acqua da parte delle grandi potenze mondiali e regionali: il suo ultimo effetto è rappresentato dalla recente secessione del Sudan meridionale, sostenuto da americani e israeliani contro una Khartoum sempre più filocinese.

E' dunque questo il quadro di cui dobbiamo tener conto, quando c'accingiamo a ragionare sulla guerra in Libia. In un'Africa tradizionalmente contesa fra le grandi potenze che hanno segnato la storia del Novecento (Stati Uniti, Inghilterra, Francia, Russia e Cina, con il recente arrivo di nuovi outsider quali l'India, Israele e l'Unione Europea), l'imperialismo libico, manifestatosi a partire dagli Anni '70 proprio con la salita al potere del Colonnello Muhammar Gheddafi, è sempre stato giudicato come un elemento tanto estraneo quanto sgradito. La Libia ha cavalcato l'Islam di quelle regioni per insinuarvisi con una politica estera turbolenta, dispendiosa (mantenuta dal fiume di denaro proveniente dal petrolio), spesso contraddittoria e finalizzata ad escludere qualsiasi altro contendente. Si è così scontrata coi francesi nel Ciad, con gli inglesi in Uganda e nello Zimbabwe, e con gli americani un po' da tutte le parti. Ha ostacolato e addirittura frustrato rivoluzioni e contrapposizioni autoctone all'imperialismo occidentale come nel caso del Burkina Faso, il cui leader Thomas Isidore Sankara morì col consenso e la consapevolezza non soltanto degli americani e dei francesi, ma anche di Gheddafi. Spesso l'azione libica, al pari degli altri imperialismi di provenienza occidentale, non ha portato a niente di buono, al contrario offrendo a Parigi il pretesto per mandare in Africa il proprio esercito. Non hanno di certo giovato, all'immagine e alla salute sociale e politica della Libia, le sanguinose campagne militari come quella del Ciad e l'appoggio a dittatori quali Idi Amin Dada dell'Uganda, Bokassa della Repubblica Centrafricana o Menghistu dell'Etiopia.

Non che francesi, belgi, inglesi, americani, cinesi e sovietici facessero di meglio; tutt'altro. Quanto all'uso dell'Islam come strumento di colonizzazione culturale e politica, va pur detto come la Libia non abbia di sicuro iniziato per prima, avendo appreso i rudimenti dall'Arabia Saudita; la quale continua ad attuare tale strategia non solo in Africa e nel Mondo Arabo, ma anche nel Caucaso, in Asia Centrale e nei Balcani. Semplicemente la Libia ha praticato fino ad oggi l'imperialismo nel continente africano, giungendo così ad un invidiabile controllo delle sue risorse, in concorrenza con gli imperialisti della vecchia guardia ed attirando così su di sè i loro malumori. Ciò che sta avvenendo adesso è anche un regolamento di conto fra le potenze europee e gli Stati Uniti da una parte, imperialisti di vecchia data e dalla grande forza d'urto, e la Libia che al loro confronto è invece soltanto una piccola potenza inevitabilmente destinata a pagare, prima o poi, per il suo ardire.

Il prezzo che la Libia dovrà pagare sarà la neocolonizzazione da parte delle potenze nemiche occidentali: vale a dire la rinuncia allo status di piccola superpotenza e all'imperialismo in terra d'Africa e il conseguente ritorno al rango di colonia petrolifera com'era prima del 1969. Ciò è quanto almeno si ravvede nelle intenzioni dei governi occidentali; se tale obiettivo dovesse dimostrarsi di difficile attuazione, per non dire addirittura impossibile, come anche il caso iracheno sembrerebbe in parte dimostrare, lo sapremo solo negli anni a venire. 

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