mercoledì 23 marzo 2011

La guerra di Libia tra caos e cadaveri eccellenti

Esattamente un secolo fa, in Libia, un'altra guerra: quella italo - turca. Finita quella, la Libia restò in guerra per altri vent'anni; andrà a finire così anche questa volta?
A 48 ore e spicci dall'inizio dell'operazione “Odissea all'Alba”, ne possiamo già preconizzare il fallimento. Credo che non sarebbe stato difficile farlo neppure prima ma, dinanzi allo spettacolo raggelante dei 112 missili Tomahawk lanciati sulle coste libiche, contenenti a quanto sembra anche uranio impoverito, l'emozione tendeva a prevalere sulla ragione. Possiamo così analizzare lo stato corrente dei rapporti di forze tra e dentro i vari schieramenti: il regime di Gheddafi, i ribelli e le potenze occidentali.

A Tripoli la situazione è in bilico fra pezzi grossi con le valigie pronte e un piede già fuori dalla porta (e che si chiedono se sia il caso d'abbandonare subito il Qaid o d'aspettare che il vento torni a soffiare in suo favore, come già sembrava qualche giorno fa: il che induce a restargli fedeli evitando così di fare l'ignobile figuretta dei transfughi), e oltranzisti realmente convinti che sia il caso di sacrificarsi fino alla morte. Ma ci sono anche i famosi “volti umani” del regime sempre pronti a tessere, dietro le quinte, nuove trame con tutti i soggetti possibili e immaginabili (dalle autorità dei nuovi governi tunisino ed egiziano alle cancellerie occidentali, dai ribelli agli alleati africani) e quindi ad inaugurare nuovi scenari che potrebbero anche, nello stupore generale, consentire a Gheddafi e ai paesi della “coalizione dei volenterosi” di trovare un “modus vivendi”. C'è chi parla di un salvacondotto per Gheddafi con tutto il seguito, magari in qualche paese africano alleato dove le proprietà del Qaid non si contano neppure da quante sono; ma c'è anche chi vocifera di un possibile accordo in extremis che porterebbe la Libia ad una soluzione non poi tanto dissimile dall'Iraq del '91 (gli occidentali se ne vanno in cambio di qualche concessione, essendo questa una guerra per il petrolio e non per altro, e il regime si divora i ribelli nell'indifferenza generale).

Tra i ribelli la fluidità non è certo minore. Innanzitutto la cognizione su cosa essi siano è ancora molto nebulosa. Ci sono dei giovani ribellatisi al regime, sì, ma anche elementi guidati da consiglieri militari stranieri (l'Inghilterra ha ammesso di essere presente coi propri uomini a Bengasi da un mese, ma poi ci sono anche francesi e statunitensi), traffici di armi provenienti dall'Egitto, ed elementi jihadisti venuti dall'Afghanistan, dalla Cecenia e dall'Iraq ai quali se ne stanno aggiungendo continuamente di nuovi. Politicamente parlando sono a dir poco eterogenei: c'è dentro tutto e il contrario di tutto, forze laiche e fondamentaliste, autoctone e non. Non dimentichiamoci, infine, degli elementi che hanno abbandonato il regime di Gheddafi, a cominciare da un paio di ministri, uno dei quali è l'ex ministro degli interni che inizialmente aveva guidato la repressione proprio contro quei ribelli! Insomma, sembra l'Italia di Badoglio.

Quanto alla famosa “coalizione dei volenterosi” (un nome che fa pensare ai “capitani coraggiosi” e alla “cordata di volenterosi” di colaninniana memoria) le divisioni sono sia fra i paesi che la compongono sia al loro interno. Prendiamo per esempio gli Stati Uniti: Obama vorrebbe buttare giù Gheddafi, ma è da un mese che lo dice e ormai non l'ascolta più nessuno. Anche perchè di fatto la gestione della politica estera e quindi militare l'ha assunta in toto e de facto la Clinton, che ha così destituito Obama a causa della sua manifesta incapacità pratica (il ragazzo è tutta teoria e niente sostanza). Il resto dell'amministrazione USA dice che è meglio tenersi Gheddafi, perchè dopo di lui chissà cosa potrebbe arrivare. Insomma, il rischio che gli americani si comportino come fecero nel '91, quando buttarono Saddam fuori dal Kuwait senza però andare a Baghdad, è tutt'altro che peregrino. D'altronde, vista l'esperienza irachena (del 2003) e l'attuale sforzo bellico concentrato su due fronti (Afghanistan e Iraq, per l'appunto), l'ultima cosa che vorrebbero fare è di ripetere l'errore e d'impantanarsi in un terzo fronte per il quale oltretutto mancherebbero gli uomini e i mezzi. Non la pensano così i francesi, che in Iraq non hanno mandato un solo soldato, e che pertanto avrebbero l'esercito pronto all'uso per invadere la Libia. Ma anche loro si rendono conto di quanti rischi ci sarebbero ad invadere un territorio che, per due terzi, è ancora schierato con Gheddafi e dove un'invasione occidentale sarebbe vista come un invito alla Jihad per tutti i veterani che si sono fatti le guerre di Cecenia, Afghanistan e Iraq (e sono tanti). La Norvegia s'è ritirata, l'Inghilterra comincia a pensare d'aver fatto il passo più lungo della gamba, l'Italia si guarda in giro e riacquista fiducia in sé stessa dopo aver ascoltato i distinguo e le condanne di Pechino, Mosca e Berlino, la Turchia insieme alla Lega Araba vuole evitare precedenti (cosa succede se domani le bombardano la Siria?).

Alla fine, per far contenti tutti, s'è tirato fuori un nome ormai caro a tutti ma sempre più svuotato di significato: la Nato. Per carità, questa guerra partita con l'iniziativa di Francia e Inghilterra, al punto da mettere gli stessi Stati Uniti quasi dinanzi a un fatto compiuto, ha ufficializzato proprio la morte della Nato e dell'Unione Europea allo stesso tempo. In entrambi i casi è mancata un'iniziativa comune e la capacità di parlare con una voce sola. L'Europa esce dalla Nato e riduce la sua Unione a una sola unità monetaria e doganale a maglie peraltro allargate e si tuffa nell'era multipolare senza riuscire però ad elaborare un sistema militare di difesa (ed eventualmente di offesa) comune. Una volta si parlava della Ced, ma anche quella morì sul nascere. 

Già sovraccarica ed in crisi per l'occupazione dell'Afghanistan, la Nato ha patito gli stessi errori che hanno caratterizzato l'Unione Europea: espansione illimitata fatta più su ragioni di convenienza ed opportunità politica che militari (e nel caso dell'Unione Europea, economiche). L'allargamento indiscriminato ai paesi dell'Est ha trasformato tanto la Nato quanto l'UE in giganteschi pachidermi con strutture burocratiche e politiche malate d'elefantiasi. Il risultato è che non riescono più a prendere decisioni, perchè se alla Commissione Europea ci si spacca sulla lunghezza dei baccelli alla Nato invece ci si divide sulla russofobia dei lituani o dei polacchi. Per farla breve: davanti alle coste libiche le navi occidentali useranno le bandiere della Nato, ma di fatto la Nato non ci sarà. Tre quarti dei paesi che la compongono non partecipano e non s'interessano a questa vicenda, o addirittura sono contrari. E' un po' come il caso di quell'industriale che usa il marchio della Lambretta per vendere degli scooter fatti in Cina. Basta quell'etichetta a fare una vera Lambretta?

0 commenti:

Posta un commento