giovedì 24 marzo 2011

La Libia e l'Europa: tra trattative e rischi di "somalizzazione", riappare lo spettro della guerra di Spagna

E' la Libia, ma potrebbe essere la Somalia o il Caucaso: e se qualcuno lavorasse per l'instabilità?

Sono notizie di queste ore: Gheddafi avrebbe mandato due suoi emissari (nientemeno che due suoi cugini, quindi persone di strettissima fiducia essendo provenienti dalla qabila dei Gheddadfah) negli Stati Uniti a trattare con l'amministrazione Obama e due suoi ex primi ministri a Bengasi a svolgere un'analoga operazione coi ribelli. A dire il vero di trattative se ne sente discutere ormai da almeno tre settimane e non mi sembra che, fino ad ora, abbiano raggiunto particolari risultati (anche perchè, al potere della diplomazia, s'è rapidamente preferito e quindi sostituito quello delle armi).

Ma questo non è un buon motivo per evitare di analizzare la costante tendenza, fra i due fronti, a cercare in una mediazione sotterranea una soluzione con cui evitare una prosecuzione della guerra che risulterebbe sterile e dannosa per ambo le parti. Perchè se è vero che Gheddafi, dal punto di vista bellico, è decisamente ai ferri corti, è altrettanto vero che anche la cosiddetta coalizione dei volenterosi non se la sta passando proprio bene. Innanzitutto il protrarsi delle attività belliche ne mette sempre più in luce le debolezze intrinseche, sfibrandone le maglie già di per sè deboli. I paesi che la costituiscono hanno obiettivi e posizioni a dir poco divergenti; molti di loro risultano sensibili, in una maniera o nell'altra, alle posizioni dei grandi paesi terzi come la Russia, la Cina e la Germania; e infine anche l'apparato bellico a disposizione (con relativa disponibilità economica) non può certamente considerarsi infinito. Gli Stati Uniti mirano al disimpegno progressivo dalle vicende libiche, considerando tale fronte del tutto secondario a quelli iracheno e afghano dai quali oltretutto mirano a uscire quanto prima possibile. "Internazionalizzare" l'intervento mettendo tutto in mano alla NATO sembrerebbe la soluzione ideale, se non fosse per il fatto che anche la NATO, in questo momento, non se la stia passando proprio bene (guardiamo ai suoi due membri più influenti: la Germania è contraria al conflitto, dal quale consequentemente s'astiene, mentre la Turchia vi partecipa fra mille riserve non escludendo di esercitare anche un certo qual potere ricattatorio). Di fatto anche l'Alleanza Atlantica mai come prima d'oggi è l'emblema della divisione, lacerata fra falchi, colombe e "menefreghisti". Anche la Lega Araba accusa i medesimi sintomi e garantisce all'operazione "Odissea all'Alba" un supporto a dir poco schizofrenico. Sono bastati così cinque giorni per dimostrare che la tanto decantata missione occidentale in Libia altro non è che un tentativo di fare le nozze coi fichi secchi. Ufficialmente nata per stabilire un divieto di sorvolo ai caccia di Gheddafi sulla Cirenaica, in realtà finalizzata ad abbattere il suo regime e rimpiazzarlo con uno fantoccio, la missione di pace coloniale tanto voluta da Sarkozy e da Cameron non può contare su adeguate e sufficienti risorse finanziarie, umane e militari. E, aggiungerei, politiche (dato che il consenso alla guerra, sia in Europa che negli Stati Uniti, sta letteralmente scemando di giorno in giorno).

Stando al Comando Militare USA Gheddafi avrebbe già perduto tutta la sua aviazione (una ventina di caccia che non hanno neanche fatto in tempo ad alzarsi da terra dato che sono stati bombardati negli hangars) e questo, ragionando strettamente in termini di legge, significherebbe che la missione è compiuta, "accomplished", e la "No Fly Zone" garantita praticamente per sempre. Ma è anche vero che i missili Tomahawk lanciati dalle navi e dai sommergibili americani costano un milione di euro ciascuno, e che pertanto non se ne possono tirare troppi e per troppi giorni di seguito. Inoltre, se è vero che la guerra costa circa 1 miliardo di euro al giorno, si capisce quanto convenga anche agli americani e ai loro alleati terminarla il prima possibile, visto che fra tutti (Stati Uniti, Francia e Inghilterra) fanno a gara a chi ha l'indebitamento peggiore. Dopotutto gli alleati s'aspettavano che Gheddafi cedesse in un attimo e invece, dopo aver resistito all'urto dei ribelli nel primo mese, il Colonnello ha dimostrato di saper reggere più o meno bene anche all'attacco degli euro-americani nella prima settimana di guerra. Le sue truppe continuano a dilagare in tutta la Libia mentre i ribelli, solo a vederle, se la danno a gambe. E, quel che è peggio, continuano a presentarsi sempre nuovi volontari per l'esercito della Jamahiriya.

E allora è il caso di metterla così: ci sono trattative a cui gli alleati euro-americani danno vieppiù importanza per uscire dall'impasse di una guerra che appare più lunga, difficile e dagli esiti più incerti del previsto; e delle quali anche Gheddafi ha bisogno urgente per evitare di essere costretto ad adottare l'extrema ratio, rappresentata dalla guerriglia permanente e dalla resistenza ad oltranza, sulle orme dell'indimenticato Omar Al Mukhtar. Si può mercanteggiare anche su una fuoriuscita indolore (il famoso "salvacondotto") per Gheddafi e tutto il suo seguito, ma la vera posta in gioco è un'altra: evitare la "somalizzazione" della Libia. Su ciò non si è ancora ben capito a quale gioco stiano giocando certi paesi. Il ritorno sulla scena dell'Egitto come grande potenza regionale; il riaffacciarsi in Libia di una guerriglia fondamentalista rappresentata da elementi jihadisti calati dall'Afghanistan, dall'Iraq e dalla Cecenia; l'ambiguità italiana; l'oltranzismo francese; la Cina e la Russia (senza dimenticarci dell'India) affacciate alla finestra; sono tutti elementi che possono giocare, a seconda del caso e dei punti di vista, tanto a favore quanto a sfavore di Gheddafi o dei ribelli cirenaici, agendo del pari sulla Libia come elementi di pacificazione o come fonti d'instabilità permanente. In questo contesto Gheddafi ha sicuramente ancora delle carte da giocare, e c'è da star certi che farà del suo meglio per confermare il detto secondo cui egli sarebbe sempre in grado di risorgere quando ormai tutti lo danno per morto.

Di una cosa però possiamo star certi: a qualcuno può convenire una Libia "somalizzata" esattamente quanto ad altri conviene il contrario. Questa è una guerra che risponde a due grandi e vitali esigenze: garantirsi il controllo di un'area strategica e di risorse vitali. Tutto il resto sono chiacchiere da comari. Se volessimo fare un paragone, potremmo citare la guerra di Spagna che, insieme a quella d'Abissinia e all'occupazione giapponese della Manciuria, fu propedeutica alla Seconda Guerra Mondiale. Anche in quel caso un governo legittimamente riconosciuto, quello repubblicano, venne rapidamente disconosciuto dalla comunità internazionale che, o ufficialmente o di fatto, preferì appoggiare o quantomeno non ostacolare i ribelli franchisti. Ribelli che ebbero l'aiuto fondamentale delle potenze dell'Asse mentre l'Inghilterra, col blocco navale, impediva al legittimo governo repubblicano di commerciare con gli unici due paesi ancora realmente disposti a rifornirlo, vale a dire l'Unione Sovietica e il Messico. Sappiamo benissimo come poi è andata a finire. L'Europa di oggi non vede nè svastiche nè fasci lettori appesi alle porte dei palazzi del potere ma appare sempre più divisa (tanto l'UE quanto la NATO sono ormai ridotti a degli ologrammi) mentre riemergono prepotentemente i protezionismi e i nazionalismi, a cominciare proprio dalla Francia e dall'Inghilterra. E il confronto - scontro con le grandi potenze emergenti, Cina e India fra tutte, sempre più affamate d'energia, s'avvicina.

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