lunedì 28 marzo 2011

Siria: premessa, analisi e "Question & Answer"

Una recente immagine del presidente siriano Bashar al Assad.

Non possiamo restare indifferenti a ciò che da alcuni giorni sta avvenendo in Siria. I disordini di Daraa rappresentano un evento sanguinoso e difficilmente decifrabile esattamente quanto l'insurrezione della Cirenaica contro il regime di Gheddafi iniziata quaranta giorni fa. In entrambi i casi la conta delle vittime è stata affidata soprattutto a chi (tanto dalla parte del regime quanto da quella dei rivoltosi) aveva tutto l'interesse a ridurla o enfatizzarla a seconda dei propri interessi politici e propagandistici. In Libia, nei primi giorni, s'è parlato di almeno diecimila vittime, di sparatorie da parte dei caccia sulla folla riunita in piazza e di fosse comuni scavate lungo la spiaggia. S'è poi scoperto come le vittime fossero decisamente molto meno, le incursioni dei caccia non fossero mai avvenute (i satelliti spia russi parlano chiaro) e le tanto famigerate fosse comuni fossero solo una parte del cimitero di Tripoli in fase d'ampliamento. Insomma, i media più intenti ad agitare che ad informare hanno (talvolta ingenuamente, talvolta volutamente) preso lucciole per lanterne, influenzando così nella direzione sbagliata l'opinione pubblica e di conseguenza anche il mondo politico. Pare che anche in Siria, adesso, si stia mettendo in scena il medesimo copione.

Naturalmente i disordini di Daraa e di Damasco sono tutti veri, con gli scontri fra i manifestanti e le forze dell'ordine e gli assalti alle sedi del Baath, il partito unico che guida il paese fin dagli Anni '50. Ma è già stata riconosciuta la presenza di elementi dell'intelligence israeliana nei primissimi giorni della rivolta, a Daraa (una città che, giova ricordarlo, è proprio a pochi chilometri dal confine con Israele), e non solo dagli esponenti del regime siriano (che per una serie di ben note ragioni avrebbero tutto l'interesse a cercare in Tel Aviv il capro espiatorio) ma anche da osservatori esterni da anni presenti in Siria come corrispondenti e analisti per conto di importanti media occidentali. 

Dunque esiste una regia occulta, dietro i fatti libici e siriani, che cerca di contenere i danni causati dal crollo dei regimi “amici” come quello egiziano e tunisino con la diffusione del caos anche nei paesi guidati da regimi “indipendenti” o addirittura “ostili”. Operazione che peraltro risulta molto facile ai suoi autori, giacchè la stabilità sociopolitica libica, siriana, algerina o iraniana non è di certo superiore a quella egiziana, tunisina, yemenita o bahranita. Fino a pochi mesi fa molti di noi non avrebbero mai creduto che la tendenza alla fluidità nella società di quei paesi avrebbe minacciato la sopravvivenza e la stabilità dei regimi che li guidavano, poiché questi ultimi c'apparivano caratterizzati da un'inopinabile solidità. Quanto visto da gennaio ad ora c'ha invece dimostrato il contrario. 

Sono sicuramente in tanti ad essere spaventati dall'attuale grande cambiamento geopolitico in atto. Ciò li induce ad intervenirvi con tutte le modalità lecite ed illecite allo scopo di modificarne in modo sostanziale gli sviluppi. Gli attori sul palcoscenico sono tanti e operano in una sinergia il più delle volte involontaria: governi arabi e medio orientali che avvelenano i pozzi quando subodorano l'avvicinarsi della caduta; jihadisti e fondamentalisti in cerca di nuove occasioni e di una rivincita dopo le sconfitte subite nell'ultimo decennio; israeliani e occidentali che fomentano il caos per rallentare l'avanzata dei rivali asiatici e giustificare un piede perennemente in Medio Oriente; asiatici affamati d'energia e d'affari nel promettente mercato mediorientale, in crescita da anni, e in concorrenza col capitale locale, peraltro ostile alle riforme neoliberiste degli ultimi anni e sempre più nostalgico dell'antico protezionismo; e infine masse popolari che escono, lentamente e non senza contraddizioni, da un'inerzia decennale. E si badi bene che l'elenco è ancor lungi dal potersi definir completo.

Questo è, bene o male, quanto abbiamo visto in atto in Tunisia, in Egitto, in Giordania, nello Yemen e adesso anche in Siria. Poiché è proprio della Siria che vogliamo parlare, provvediamo ad analizzarne velocemente la situazione riassumendola con un botta e risposta.

I. Come si comporterà Bashar al Assad di fronte all'insurrezione di parte del suo popolo contro il regime militare e monopartitico che ha ereditato dal padre? Pur non essendo un santo, Bashar al Assad è pur sempre di un'altra generazione sia rispetto al padre Hafez sia rispetto ai di lui coetanei come Ben Alì, Mubarak, Saleh e compagnia cantante. Se non fosse stato per la morte di suo fratello Basil, inizialmente prescelto per succedere al padre, non avrebbe nemmeno dovuto fare il presidente (per sua stessa ammissione, ha sempre detto che avrebbe preferito continuare a fare l'oftalmologo a Londra). Una volta divenuto presidente della Siria ha preso a cuore il compito che gli è stato affidato dal padre facendo del suo meglio per comportarsi come avrebbe fatto suo fratello Basil. Ma, in ogni caso, è decisamente una figura più aperta e ragionevole sia rispetto al padre che agli altri vecchi colleghi arabi e mediorientali. Ha promosso, negli anni scorsi, un interessante ciclo di riforme purtroppo frustrate dalla vecchia guardia del regime; ma i fatti di questi ultimi giorni dimostrano pur sempre la sua disponibilità a captare e comprendere le istanze provenienti dalle masse del suo paese (dimissioni del governo previste per domani; modifica della Costituzione con abolizione del monopartitismo; soppressione dello stato d'emergenza in vigore dal 1963; concessione della libertà di stampa e d'opinione). Forse Assad potrebbe addirittura approfittare di questa insurrezione per regolare i conti una volta e per tutte con la vecchia guardia ed imprimere al regime una liberalizzazione netta e decisa, che cementerebbe ancora di più l'alleanza col nuovo amico, la Turchia “neo ottomana” di Erdogan. E' infatti quello il modello a cui Assad guarda con interesse.

II. Qualora il regime non dovesse invece manifestare una volontà “liberalizzatrice” e continuasse a reagire con durezza alle manifestazioni, conducendo il paese verso il caos totale (vedansi gli esempi della Libia e dello Yemen), dovremmo aspettarci un secondo intervento militare occidentale? Anche questa è un'ipotesi, al momento, piuttosto remota. Prima di tutto perchè la Siria, a differenza della Libia, non ha importanti risorse petrolifere e gasiere (con lo Stato che intasca il 90% dei proventi della loro estrazioni, come fa Gheddafi: un “privilegio” che alle compagnie petrolifere occidentali è sempre risultato alquanto indigesto e che oggi, con l'intervento in Libia, si cerca non a caso di “correggere”) che la rendano interessante agli occhi nostrani. In secondo luogo perchè non è, militarmente parlando, una “tigre di carta”. La Libia magari ha anche un bell'arsenale, ma il suo esercito è diviso secondo criteri tribali e non è grado d'utilizzarlo; invece la Siria possiede un esercito forte, ben armato, numericamente rilevante, come l'Iran o l'Egitto. Non sarebbe facile scorrazzare sui cieli siriani senza pagare pegno: questo è un lusso che i nostri aerei possono permettersi solo in Libia. Inoltre i nostri mezzi, sia militari che finanziari, sono sempre più esigui ed è già un mezzo miracolo se, raschiando il barile, siamo stati in grado di armare la campagna di Libia. Quindi di fronte alla Siria abbiamo le mani legate, a meno che Tel Aviv non proponga la propria collaborazione: ma quali sarebbero le conseguenze in tutta la regione? Gli israeliani per primi sono incerti sul fare un passo del genere; noi occidentali, poi, temiamo che la reazione egiziana, turca ed iraniana possa completamente sfuggire al nostro controllo. Meglio non disturbare l'Egitto in transizione, l'Iraq già parecchio instabile di suo, e soprattutto l'Iran e la Turchia sempre più alleate e decisamente infastidite all'idea di una guerra contro un loro alleato chiave (che, nel caso di Ankara, è anche un caro confinante).

III. Queste riflessioni sono da considerarsi come “oro colato”? Neanche per sogno. Sono soltanto una semplice constatazione degli equilibri attuali. Ciò che avverrà domani potrà anche rimettere tutto in discussione. Se avessimo la palla di vetro sarebbe tutto molto più facile, ma a quel punto non ci sarebbe nemmeno più bisogno di fare un'analisi: sapremmo già tutto prima. Ma è tuttavia altamente probabile che la Siria non seguirà proprio la stessa strada della Libia. Non soltanto per via degli esempi succitati (le tasche statunitensi ed europee sempre più vuote, la forza militare siriana decisamente superiore a quella libica, la differenza fra i due paesi dal punto di vista energetico) ma anche perchè, al contrario della Libia, la Siria non ha mai avuto la stessa struttura tribale e comunque dal tribalismo ha preso le distanze da quasi un secolo. Siamo alle porte del Mashreq, non del Maghreb, e la differenza è sostanziale. E poi possiamo star certi che la Turchia, il nuovo grande alleato della Siria, farà di tutto per salvare quest'ultima dall'abbraccio verso Ezraele (l'angelo della morte nella religione musulmana) ed aiutarla ad adottare il proprio modello che, pur senza essere esente da critiche, s'avvia ad essere quello di una laboriosa e pacifica democrazia islamica e mediorientale.

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