mercoledì 20 aprile 2011

Come compromettersi sul serio con una guerra fatta per finta

Chi sono i ribelli di Bengasi? I dubbi dividono il fronte occidentale e conducono la sua guerra al fallimento.

Leggo che l'operazione di sostegno ai ribelli di Bengasi da parte delle forze occidentali si basa essenzialmente su un centinaio di interventi aerei al giorno e sull'invio, con molta parsimonia, dei famigerati “istruttori militari”, vale a dire i mercenari della Blackwater et similia. Cento raid aerei al giorno lungo tutta la costa libica (che è lunga diverse centinaia di chilometri e presenta numerosi siti strategici) sono, per chi mastica qualcosa di “arte della guerra”, una bazzecola. Dieci “istruttori militari” mandati dal governo italiano ai ribelli di Bengasi, da assommarsi a quelli francesi, inglesi ed americani già presenti, sono una nullità. Detto fuori dai denti: il fronte libico è di una mobilità ed instabilità semplicemente spaventose, mentre il livello d'addestramento ed equipaggiamento degli insorti fa, per usare un eufemismo, morire dal ridere. Dunque i cento raid aerei al giorno e gli “istruttori militari” (non sono soltanto consulenti di strategia militari, perchè ne basterebbero di meno; non sono soltanto ufficiali mandati a dirigere con maggiore efficienza lo scalcinato esercito ribelle, perchè una buona organizzazione non può comunque compensare la mancanza di preparazione e di adeguati armamenti degli effettivi; non sono soltanto soldati di riforzo, perchè in un numero così esiguo, per quanto bravi, non potrebbero mai fare granchè di fronte alla mole dei mercenari di Gheddafi; insomma, sono soltanto mercenari e professionisti della guerra del cui operato, spesso incivile, irresponsabile e sanguinario, i nostri governi occidentali non risponderanno), così come gli scarsissimi rifornimenti di armi tramite la frontiera egiziana, non servono a niente se non ad offrire una giustificazione politica e diplomatica ai governi europei e statunitense. 

La ritrosia degli occidentali nell'offrire una piena collaborazione agli insorti trova una sua spiegazione nel fatto che l'anatomia politica di quest'ultimi è ancora lungi dall'essere chiara. Inizialmente (e parliamo della seconda decade di febbraio, a “rivoluzione libica” appena cominciata) essi erano soprattutto elementi della società civile stanchi del regime quarantennale di Gheddafi, quantunque già allora discretamente manipolati dall'esterno (come eloquentemente dimostrato dalla presenza, fin da gennaio, di agenti francesi ed inglesi in Cirenaica). Ad essi però si sono quasi subito aggiunti elementi jihadisti, scarcerati dal regime fin dal 17 febbraio, e collaboratori di Gheddafi che hanno prontamente voltato gabbana per assicurarsi un nuovo futuro (gli ex ministri della Giustizia e degli Interni, non propriamente degli stinchi di santo e pertanto difficilmente immaginabili come “rivendicatori della democrazia”, insieme a personalità dell'esercito e capi tribù non sempre molto più puliti). 

A quel punto gli occidentali, su cosa stesse succedendo a Bengasi, non c'hanno più capito niente; però al tempo stesso Gheddafi appariva sempre più debole e compromesso e pertanto da sostituirsi una volta per tutte. Quando si sarebbe mai ripresentata un'altra occasione del genere per chiudere definitivamente i conti con una personalità che, malgrado tutti gli sforzi, continuava ad essere avvertita come “estranea” ed “incontrollabile” quale quella di Gheddafi? Ecco perchè francesi, inglesi ed americani si sono messi rocambolescamente in gioco, con un'operazione da Armata Brancaleone iniziata male e destinata a concludersi peggio. Certo, gli interessi economici non sono da dimenticare, come già più volte descritto in altri articoli di questo blog; ma guai a dimenticarsi che Gheddafi è sempre stato un partner mal digerito da tutte le cancellerie occidentali, anche in questi ultimi anni in cui fra le due parti sembrava essere scoppiato l'idillio. Questo li ha portati a cavalcare i ribelli, tentando da una parte di usarli come loro fantocci, dall'altra però venendone inevitabilmente travolti. Finchè, almeno alla Casa Bianca, guardando i conti qualcuno ha capito che non era più il caso d'andare avanti. 

Il comandante della NATO in Europa, James Stavridis, durante un'audizione al Senato USA si è chiesto se valga davvero la pena dare le armi a gente che non si conosce, in particolare a combattenti jihadisti che si sono fatti le ossa in vari teatri di guerra (Iraq in primis) e che potrebbero usarle per eliminare gli altri ribelli, oggi alleati ma in futuro rivali, non appena il nemico comune di Tripoli sarà stato definitivamente debellato. Perchè non esistono dubbi almeno sul fatto che i fondamentalisti, militarmente parlando, siano decisamente più preparati sia dei civili improvvisatisi rivoluzionari sia dei fuoriusciti dall'esercito libico, scarsamente addestrato per antonomasia. Non va poi dimenticato come, in percentuale in rapporto alla popolazione, la Cirenaica sia stata la regione del Mondo Arabo che ha dato più combattenti alla causa fondamentalista. Il progressivo disimpegno americano da questa guerra, dopo i primi giorni d'entusiasmo, trova una sua spiegazione proprio su questo oltre che sull'amaro stato delle cose militari nazionali. 

Ad ogni modo quella libica passerà alla storia come la più maldestra e sfortunata operazione di “regime change” della storia recente. Si è passati dall'obiettivo iniziale di abbattere Gheddafi manu militari a quello di suddividere la Libia applicando il concetto già visto in Iraq con la secessione de facto del Kurdistan. La proposta di un intervento di terra, conditio sine qua non per stanare il Qaid e assicurare ai ribelli il possesso di Tripoli, è stata accantonata nello spazio di un mattino dopo una rapida conta delle scarsissime risorse (economiche, militari ed umane) disponibili. Come al solito gli unici che ci guadagnano dall'irruenza del blocco atlantico (gli Stati Uniti e i loro pochi e non del tutto allineati alleati europei) sono le potenze emergenti del BRIC, vale a dire il Brasile, la Russia, l'India e la Cina. In particolare Mosca e Pechino, che sono state le più attive, hanno tratto grandi benefici dall'essersi astenute durante la votazione della “No Fly Zone” alla seduta del Consiglio di Sicurezza ONU. Non ponendo un veto hanno evitato che l'Occidente si ricompattasse in una contrapposizione contro di loro, permettendogli invece di dimostrare tutte le sue divisioni nei cieli e sulle sabbie libiche. Così, ad un mese e spiccioli dall'inizio della campagna di Libia, l'asse atlantico scopre di non essere mai stato così debole come oggi. Finirà che questa guerra si concluderà con un classico accordo fra gentiluomini, in cui la presenza del BRIC si rivelerà essenziale per tirare fuori dalla merda coloro che l'hanno iniziata. 

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