giovedì 14 aprile 2011

Il Medio Oriente quattro mesi dopo: nè 1848 nè 1989

Un'immagine degli scontri nei sobborghi di Tunisi, a gennaio di quest'anno.

Sono passati ormai quattro mesi da quel 14 gennaio che vide l'avvio del processo rivoluzionario geopolitico attualmente in corso in Medio Oriente. Dopo un estremo tentativo di riprendere il controllo della situazione, attraverso un discorso alla nazione rigettato dai tunisini con l'invito ad andarsene, il presidente Ben Alì abbandonò Tunisi in fretta e furia, riparando a Jedda, in Arabia Saudita. Nulla sarebbe più stato come prima: le masse arabe trassero, da quell'avvenimento, la sensazione che i regimi sotto i quali erano state oppresse per decenni non fossero poi così invincibili ed irreversibili come all'apparenza poteva sembrare. E infatti meno di un mese dopo, l'11 febbraio, a seguito di una contestazione durata 18 giorni e durante la quale vi erano stati almeno 300 caduti, anche Hosni Mubarak fu costretto a gettare la spugna. Fu un secondo insegnamento: se l'azione popolare poteva abbattere quello che era considerato come il più forte tra i regimi mediorientali, allora e a maggior ragione anche tutti gli altri potevano essere debellati. Non è un caso se le tensioni in Algeria, Yemen e Giordania, già in precedenza molto forti, dopo la caduta di Mubarak si siano ulteriormente irrobustite, mentre sono iniziate le sollevazioni in Libia e Siria dove Gheddafi e Assad sembravano destinati a sopravvivere come due monumenti al passato. Ma anche in Bahrain la lotta è stata molto dura, con una temporanea pacificazione garantita solo dal soccorso saudita. L'Iran si è nuovamente incendiato e il processo di destabilizzazione del Sudan, già minato dalla secessione del sud, ha conosciuto un ulteriore salto di qualità. 

Ormai il 1848 arabo non è più soltanto, per l'appunto, arabo. Le proteste, più o meno violente, coinvolgono la piattaforma indo-irano-caucasica (proteste in Pakistan, Iran e Azerbaijan) e l'Africa subsahriana (Costa d'Avorio, Gabon, Nigeria, Burkina Faso, ecc). Naturalmente non tutti questi paesi vedranno la loro attuale fase d'instabilità evolversi in una rivoluzione e, probabilmente, neppure in una semplice insurrezione. Tuttavia è riconoscibile l'esistenza di un forte malcontento che nemmeno un processo riformatore avviato all'interno dei regimi esistenti può, a questo punto, soddisfare. Vi è una forte richiesta di cambiamento, con un'opposizione in erba che a seconda del paese è più o meno radicata ed organizzata e con differenti priorità. I problemi della popolazione yemenita (tra le più povere del Mondo Arabo, con un 60% composto da diciottenni) sono solo in parte sovrapponibili a quelli della popolazione libica o bahranita (al contrario fra le più ricche). Entrano in gioco, a seconda dell'area, non più soltanto questioni tribali, ma anche etniche e religiose (si pensi al conflitto fra sciiti e sunniti all'interno della penisola arabica).

Qualcuno ha tentato un paragone con il 1989. Ma quello fu il crollo di un sistema politico, economico e sociale fortemente caratterizzato dal punto di vista ideologico e, tutto sommato, abbastanza omogeneo nonostante le "eresie" albanesi e jugoslave. Qui invece ci troviamo al cospetto di un assortimento di regimi di vario genere: dall'islamo-socialismo libico al socialismo nazionalista siriano, dalla monarchia saudita alla teocrazia iraniana, c'è dentro tutto e il contrario di tutto. E tutto, più o meno fortemente, viene contestato. Inoltre, se fosse davvero valido il paragone col 1989, quale paese arabo reciterebbe oggi il ruolo che fu dell'URSS nell'Est Europa? L'Arabia Saudita lo potrebbe ricoprire solo parzialmente, come del resto anche l'Egitto, ma sappiamo benissimo che l'accostamento non regge. Probabilmente il paragone col 1848, anche in questo caso operando i dovuti distinguo, calza con maggiore facilità. Tuttavia è difficile chiedersi chi sia, dopo Arabia Saudita ed Egitto, il terzo membro della Santa Alleanza in salsa araba e mediorientale. In Europa essa era composta da Prussia, Russia ed Austria con Francia ed Inghilterra come partner a volte di fiducia e a volte conflittuali e la Spagna nelle vesti di socio minoritario sul quale sempre si poteva contare. Ma la realtà mediorientale non è proprio la stessa.

Morale della favola: forse è meglio lasciar perdere i paragoni forzati e forzosi col passato, valutando la situazione attuale semplicemente per com'è e per come si presenta. A volte gli esempi col passato ci condizionano troppo, facendoci prendere lucciole per lanterne. Gli insegnamenti della storia ovviamente non vanno mai dimenticati ma, del pari, sarebbe sbagliato pretendere che essi si ripetano tali e quali come nel passato: proprio perchè di eventi, e non di rituali, si tratta.

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