venerdì 22 aprile 2011

L'Occidente incoraggerà Assad a fare ciò per cui biasimò Gheddafi

Un'immagine della rivolta a Damasco.

L'ennesimo "venerdì della collera" in Siria s'è concluso con un bilancio che, stando alle voci dell'opposizione (credibili quanto quelle del regime, dato che l'una e l'altro esagerano in senso opposto: probabilmente la verità sta nel mezzo), s'aggirerebbe intorno alle sessanta vittime. Al di là dei numeri, che probabilmente resteranno contestati a lungo (come anche l'esperienza libica insegna), ciò che ci deve interessare è lo sviluppo politico della cosiddetta "rivoluzione siriana". Solo un paio di settimane fa Assad, malgrado gli avvenimenti già tragici che si stavano verificando soprattutto nel sud del paese, sembrava tutto sommato avere ancora il controllo della situazione. Buona parte delle responsabilità circa la repressione avvenuta fino ad allora fu così scaricata su un esecutivo di per sè già molto screditato e certamente tale misura, per quanto insufficiente, è servita ad Assad per prendere tempo in vista delle battaglie successive. 

E' infatti probabile che la situazione interna del paese, per il regime del partito Baath, sia ormai prossima al punto del non ritorno o che addirittura esso sia già stato superato. Infatti quella in atto sembrerebbe essere una protesta volta a contestare l'esistenza e la legittimità del regime anzichè reclamarne una democratizzazione e maggiori aperture. Il tempo per una liberalizzazione che non mettesse in dubbio la permanenza di Assad al potere e la preminenza del Baath sullo Stato è scaduto già anni fa, allorchè l'ala dei falchi del regime si oppose, bocciandole praticamente in toto, alle riforme promosse dal giovane Bashar. Non è da escludere che, in extremis, Assad non possa regolare definitivamente i conti con i vecchi dignitari ereditati da suo padre avvicinando così il paese al modello politico della Turchia neo-ottomana di Erdogan, ovvero l'esempio che più ispira il giovane presidente siriano. Ma al momento attuale una mossa del genere richiederebbe una spericolatezza che il cauto Bashar al Assad non possiede, essendo al contrario questi un uomo di una metodicità persino superiore a quella paterna. Assad sa benissimo, infatti, che ricorrere ad una soluzione del genere potrebbe mandare tutto il regime a monte senza fargli raggiungere l'obiettivo della "liberalizzazione": non esiste scelta peggiore, per un oligarchia come quella che regge un regime monopartitico, di dividersi proprio nel momento in cui le si contrappone la piazza. E' ciò che ha mandato alla tomba tanti altri regimi nel corso del "secolo breve", a cominciare da quello sovietico, e ultimamente anche Mubarak e Ben Alì.

Dunque è probabile che Assad sceglierà di temporeggiare, secondo il principio del "piegati, giunco, che passa la piena". Passato il grosso della piena (perchè essa non potrà non passare, quanto meno in parte), a quel punto sarà possibile anche sbottonarsi un po'. Assad non può, in questo momento, privarsi di nessuno all'interno del regime (di scontenti ce ne sono già fin troppo: i falchi, in particolare, hanno mal digerito la soppressione dello stato d'emergenza e con loro non è il caso di continuare a tirare la corda, onde evitare che prima o poi si spezzi) proprio perchè l'unità dell'oligarchia monopartitica deve essere salvaguardata il più possibile. Non può, al tempo stesso, delegare alla piazza il processo di riforma del paese perchè ciò si tradurrebbe, automaticamente, nella destabilizzazione del regime, vale a dire nella diretta contrapposizione fra falchi conservatori e colombe riformatrici (che, dal concedere al popolo in piazza l'agenda delle riforme, uscirebbero con le ossa rotte).

Dopotutto, se ragioniamo con un po' di cinismo, dobbiamo riconoscere come per il regime di Assad la situazione siriana appaia decisamente più controllabile e tutto sommato ancora migliore rispetto a quella di molti altri paesi arabi. In Libia c'è la guerra civile; in Egitto, a causa di scontri assai meno eclatanti, solo nel giro di pochi giorni vi sono stati almeno trecento morti ed era ancora l'inizio della protesta contro Mubarak; in Tunisia la situazione continua ancora ad essere della massima instabilità; nello Yemen l'anarchia regna ovunque. E potremmo continuare per ore, andando anche al di là del Mondo Arabo ed abbracciando tutto il Medio Oriente, l'Asia Centrale e l'Africa Nera. Questo significa che, malgrado le apparenze, per Assad vi sono ancora "buoni" margini di manovra.

Inoltre ben difficilmente sentiremo Obama, Cameron o Sarkozy parlare della necessità di un "intervento umanitario" volto a "proteggere i ribelli" anche in Siria. Le ragioni sono tante e le abbiamo più volte elencate all'interno di questo blog. Mancano uomini, mezzi e denaro per un altro fronte; la Turchia non vuole intromissioni nelle questioni interne di un suo alleato chiave; non ci sono risorse energetiche da mettere sotto tutela, e via discorrendo. Hillary Clinton, "diplomaticamente", ha detto che si può evitare alla Siria un trattamento libico perchè, a differenza di Gheddafi, Assad è un "riformatore". E' un modo elegante per dire che i gettoni sono finiti e da un'avventura in Siria, in ogni caso, non vi sarebbe nulla da guadagnare.

Ma soprattutto è un modo per dire ad Assad che, se necessario, può far uscire dai depositi anche i carri armati proprio come ha fatto Gheddafi, ma con la differenza che nessuno glieli bombarderà. Anche perchè, in questo caso, anzichè parlare di ribelli in pericolo, in Occidente si dirà che il giovane presidente siriano, riformatore, deve difendere con tutti i mezzi il suo percorso verso la democrazia.

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